Buone prassi nel contrasto alla violenza nei confronti delle donne con disabilità

Intervista a Nadia Muscialini a cura di Simona Lancioni

Il tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità è trattato molto più che in passato. Qualcosa si sta muovendo tra le associazioni operanti nel settore della disabilità, ed anche in quelle femminili*. Iniziative importanti, fondamentali, che per trovare concretezza devono essere tradotte in termini operativi: non basta riconoscere che le donne con disabilità sono esposte a violenza più delle altre donne, e che solitamente la disabilità comporta minori possibilità di difesa, servono azioni e servizi che tengano in considerazione questa maggiore discriminazione e le specifiche esigenze connesse alla disabilità. Proprio nell’intenzione di sondare la dimensione operativa del contrasto alla violenza abbiamo rivolto qualche domanda a Nadia Muscialini, psicologa, psicoanalista, saggista, responsabile del Progetto Codice Rosa del Centro Antiviolenza dell’Ospedale Vittore Buzzi di Milano a tutela delle donne in gravidanza e delle mamme che subiscono violenza, autrice, tra l’altro, del saggio “In dialogo. Riflessioni a quattro mani sulla violenza domestica” (Settenove, 2017), scritto in collaborazione con Mario De Maglie (se ne legga qui).

 

Ritratto di un volto femminile realizzato dall’artista francese Florian Nicolle.

Ritratto di un volto femminile realizzato dall’artista francese Florian Nicolle.

Cara Nadia, ti occupi di violenza di genere da tantissimi anni. In base alla tua esperienza, quali sono le difficoltà riscontrate dalle donne con disabilità vittime di violenza nell’accesso ai servizi preposti?
«Diciamo che se parliamo di Servizi in generale ci accorgiamo che quelli antiviolenza non sono stati ”pensati” anche in un’ottica di dare risposte alle donne con disabilità, mentre i servizi specifici per la disabilità non hanno invece un’attenzione specifica all’ottica di genere.
Ci si trova così ad avere dei servizi specialistici in cui non vi è una progettazione dell’offerta che includa una visione integrata della problematica della violenza subita dalle donne disabili.
Credo inoltre che manchi una visione centrata sulla “persona” e sul singolo caso che possa prevedere di aiutare una specifica persona, con determinate problematiche, che vive in specifici contesti e sta affrontando un particolare momento nella propria vita.
Le categorizzazioni e generalizzazioni con cui si costruiscono i servizi sono quindi un vincolo a dare risposte a situazioni complesse dove magari si intersecano diverse problematiche o fragilità. Ciò ha portato ad avere dei servizi antiviolenza molto specialistici che non riescono a dare, in realtà non riescono nemmeno ad essere fruibili, aiuto alle donne con disabilità che subiscono violenza perché la disabilità non è stata presa in considerazione come possibilità rispetto all’utenza.
Viceversa i servizi che si occupano di disabilità non prendendo in considerazione un’ottica di genere e così nemmeno una delle problematiche maggiormente collegate a questo che è la violenza.
Il rischio quindi è di rivolgersi a dei servizi che di fatto creano in maniera iatrogena una forma di “discriminazione” che va purtroppo ad aggiungersi a quelle di cui sono già oggetto le donne con disabilità.»

Posto che le cose da fare sono tante, quali azioni consideri prioritarie per iniziare ad adeguare i percorsi antiviolenza alle esigenze di donne con disabilità diverse?
«Credo innanzi tutto entrare nell’ottica che le donne con disabilità sono donne e che per il fatto di essere disabili sono quelle che maggiormente sono costrette a subire molte forme di discriminazioni e violenze, hanno inoltre  meno possibilità di fare sentire la loro voce, essere autonome e poter quindi accedere ai servizi.
Chi si occupa di violenza di genere dovrebbe quindi pensare a delle azioni che prendano in considerazione questo gruppo di potenziali utenti e pianificare delle azioni che prendano a considerare l’aiuto e l’assistenza a donne con disabilità. Per fare questo devono imparare ad interloquire con persone e servizi preparati sulla disabilità così da affrontare la tematica complessa delle vittime di violenza disabili in un’ottica completa e non semplicistica (ad esempio pensare che la disabilità equivale alla “sedia a rotelle”). Una collaborazione tra esperti delle diverse problematiche potrebbe così rendere accessibili e adeguate l’offerta di aiuto per queste donne.»

Davanti alla richiesta di rendersi accessibili, e di dotarsi di personale specificamente formato ad accogliere donne con diversi tipi di disabilità, molti centri antiviolenza affermano di non avere i mezzi per adeguarsi, alcuni propongono di creare strutture specificamente dedicate. Come rispondi a simili argomentazioni?
«Ci sono già delle reti e delle conoscenze che vanno in direzione opposte e che proponendo una messa in comune dei diversi saperi possano offrire aiuti efficaci ed efficienti.
Fare centri antiviolenza per donne disabili e centri per donne “abili” sarebbe un’ulteriore discriminazione e non permetterebbe di evolvere culturalmente pensando alle donne come una dimensione più generale in cui purtroppo spesso convogliano diversi tipi di fragilità, tutte da superare.
Tra gli obiettivi ONU del 2030 ci sono infatti quelli di promuovere uno sviluppo sostenibile uguale per uomini e donne, la questione di genere è trasversale e presa in considerazione in molti degli molti obiettivi dell’agenda 2030.»

Considerando che le disabilità sono molto diverse, non è detto che ogni singolo centro antiviolenza debba disporre in proprio di tutte le risorse necessarie ad affrontare in modo adeguato ogni singolo caso. Alcune risorse possono essere condivise con altri centri ed attivate solo in caso di necessità. A tuo giudizio, quali sono i requisiti minimi che devono essere soddisfatti da ciascun centro antiviolenza per rispondere alle donne con disabilità, e quali risorse possono invece essere condivise?
«In realtà quella che proponi della condivisione delle risorse tra i vari centri sarebbe una politica da attuare già nell’immediato. Dovrebbe esistere un unico e solo coordinamento delle azioni contro la violenza, come accade in Olanda, che attiva le risorse necessarie dislocate in diversi centri e contesti territoriali a seconda del bisogno e l’urgenza  specifica. Quello che voglio dire è che non tutti hanno tutto e qualcuno è più esperto di altri in qualche specifico tema, operare in sinergia e con spirito collaborativo potrebbe essere davvero un’arma vincente per ottenere risultati efficaci nella lotta contro la violenza di genere.»

Con l’espressione “vittimizzazione secondaria” si fa solitamente riferimento a quelle situazioni nelle quali la vittima di un reato subisce un ulteriore danno ad opera delle istituzioni, dagli/delle operatori/trici sociali, o da un’esposizione mediatica non desiderata. Anche se tale fenomeno è spesso considerato in relazione ai procedimenti penali, in realtà può verificarsi in tutte le fasi del percorso antiviolenza (la compie, ad esempio, chiunque dubiti in modo preconcetto della credibilità della vittima). La vittimizzazione secondaria è un ulteriore tipo di violenza alla quale le donne con disabilità sono particolarmente esposte. Quali azioni per prevenirla/contrastarla?
«La vittimizzazione secondaria è frutto di ignoranza e dinamiche di potere. Anche chi si adopera per aiutare le vittime spesso si sente superiore, che debba occuparsi della “vittima” in virtù di una posizione che occupa in ambito istituzionale. Spesso in tali ambiti si è vittima degli stessi stereotipi che producono la violenza, di quel “paternalismo benevolo” che vede la donna come fragile, inadeguata, inaffidabile, “specie da proteggere”. La decostruzione di pregiudizi e stereotipi dovrebbe avvenire innanzitutto nella mente di chi aiuta le vittime, solo così sarà possibile offrire un aiuto che non metta la donna che subisce violenza in una situazione di inferiorità e che, di fatto, la considera complice se non addirittura colei che causa la violenza.
È necessario imparare a considerare le donne che subiscono violenza con rispetto e fiducia»

Quale ruolo pensi dovrebbe svolgere l’associazionismo operante nell’ambito della disabilità nella definizione ed attuazione del percorsi antiviolenza?
«Penso che sia indispensabile aprire un dialogo e utilizzare il know how di chi opera da tempo nel campo della disabilità per studiare e proporre percorsi antiviolenza che possano essere di reale aiuto ed efficacia.»

 

* Basti pensare, giusto per fare qualche esempio, a tutti di riferimenti al tema inclusi nel Rapporto delle associazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia (il cosiddetto “Rapporto ombra”, se ne legga qui), all’indagine VERA (Violence Emergence, Recognition and Awareness) promossa dalla Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH) e da Differenza Donna (e tutt’ora in corso), alla nascita di un Osservatorio specificamente dedicato, sino al recente incontro (tenutosi il 22 maggio) nel quale alcune deputate del Partito Democratico, Lisa Noja e Maria Elena Boschi, hanno manifestato la propria determinazione a portare il tema della discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità in Parlamento.

 

Per approfondire:

Nadia Muscialini (intervista a), Supportare le donne incinte nella scelta in presenza di una patologia fetale, a cura di Simona Lancioni, «Informare un’h», 17 gennaio 2019.

Simona Lancioni, Interventi in tema di violenza nei confronti delle donne con disabilità, «Informare un’h», 23 maggio 2018.

Nadia Muscialini (intervista a), Quando la violenza sulle donne è causa di disabilità, a cura di Simona Lancioni, «Informare un’h», 17 novembre 2017.

Simona Lancioni, In dialogo per contrastare la violenza di genere, «Informare un’h», 20 giugno 2017.

Nadia Muscialini e Armando Cecatiello (intervista a), Disabilità e violenza domestica, a cura di Simona Lancioni, «Informare un’h», 24 novembre 2015.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento: 5 settembre 2019

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