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Coronavirus, genere, disabilità e pensiero inclusivo

Per evitare che la crisi gravi in modo sproporzionato sulle donne è fondamentale integrare le questioni di genere nelle politiche poste in essere per fronteggiare l’emergenza. Tali politiche devono considerare anche ulteriori situazioni specifiche, come quelle inerenti alle donne con disabilità, alle caregiver e quelle di chi deve scegliere se affrontare una maternità oppure no. Se le politiche poste in essere negli ultimi giorni non tengono conto di questi elementi, ciò non è dovuto alla situazione di emergenza, ma alla nostra poca dimestichezza a pensare in modo realmente inclusivo di tutte le differenze anche prima che alcuni imprevedibili fattori contribuissero a complicarci la vita.

 

Il ritratto di un volto femminile spicca su un coloratissimo sfondo astrato. Opera realizzata dall’artista turca Hülya Özdemir.

In questi giorni sul sito del quotidiano «Il Messaggero» sono stati pubblicati i dati raccolti dalle volontarie del Telefono Rosa sulla gestione del numero 1522, il servizio antiviolenza e stalking promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ebbene, le chiamate sono «diminuite del 55,1% durante l’emergenza Coronavirus. Dalle 1.104 telefonate ricevute tra l’8 e il 15 marzo del 2019 si è passati alle 496 nelle stesse settimane di marzo 2020, quelle dove tutti gli italiani sono stati costretti a trascorre gran parte del loro tempo in casa.» Potrebbe sembrare una buona notizia, ma in realtà è l’esatto contrario: nei momenti di crisi, di coabitazione forzata, di stress e di incertezza sociale ed economica il ricorso alla violenza ed all’abuso è più frequente e pervasivo, e le minori richieste d’aiuto non sono attribuibili ad una migliore qualità delle relazioni tra i sessi, quanto, piuttosto, alla maggiore difficoltà incontrata dalle vittime a raggiungere i servizi antiviolenza, o anche solo a telefonare con la necessaria riservatezza.
Su questo tema è intervenuta la ministra delle Pari Opportunità e della Famiglia, Elena Bonetti, che in un’intervista rilasciata a «La Repubblica» ha assicurato: «Le donne hanno diritto di recarsi nei centri antiviolenza senza essere multate e senza dover dichiarare altro motivo che lo stato di necessità». Dopo un confronto con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è stato convenuto che le donne che si recano in una struttura antiviolenza sono dispensate dallo scrivere il luogo e dal dare indicazioni più precise rispetto allo stato di necessità che le ha indotte a spostarsi. La ministra Bonetti chiarisce infatti come sia «importante che le donne sappiano che possono uscire e recarsi ai centri antiviolenza dichiarando che lo fanno per stato di necessità, mantenendo la riservatezza sulla causa specifica senza dichiarare altro motivo.»
Per spiegare che anche in questo momento di crisi il servizio 1522 è attivo 24 ore su 24, il Dipartimento per le Pari Opportunità sta rilanciando «Libera, puoi», la campagna di promozione del servizio realizzata per il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tuttavia molte strutture della rete antiviolenza sono state costrette a chiudere le proprie sedi e ad interrompere i colloqui dal vivo per la mancanza dei dispositivi di sicurezza richiesti dall’emergenza sanitaria. Per questa ragione D.i.Re. – Donne in rete contro la violenza (l’associazione nazionale dei centri antiviolenza) ha pubblicato sul proprio sito un elenco organizzato per regione dei centri antiviolenza attualmente operativi. Uno di questi centri è la Casa della Donna di Pisa, che ha reso noti i dati ed alcune informazioni sui servizi resi in questo periodo e sulle difficoltà aggiuntive incontrate dalle donne in relazione all’emergenza. Un esempio significativo di queste difficoltà è individuato da Giovanna Zitiello, coordinatrice del centro antiviolenza dell’associazione, che ha dichiarato: «le misure contro il coronavirus hanno come effetto quello di disincentivare le donne ad andare al Pronto Soccorso sia per i casi di emergenza sia per farsi refertare eventuali ferite conseguenti alle aggressioni. Questa rappresenta una grande difficoltà a cui dobbiamo cercare in qualche modo di far fronte».
Che l’emergenza coronavirus stia acuendo il fenomeno della violenza domestica è un’informazione che inizia a circolare, ed anche i media hanno cominciato a veicolarla pubblicizzando il 1522 assieme agli altri riferimenti ai quali rivolgersi in caso di necessità. Continua invece a rimanere in ombra la situazione delle donne con disabilità che, va ricordato, hanno da 2 a 5 volte più probabilità di essere vittime di violenza rispetto alle altre donne. La campagna «Libera, puoi», rilanciata dalla ministra delle Pari Opportunità, non necessita di sottotitoli poiché non vi sono dialoghi, ma non risulta che ne esista una versione audiodescritta (se esiste non è pubblicizzata), dunque essa è inaccessibile alle donne cieche. Né siamo al corrente di comunicazioni istituzionali sull’acuirsi della violenza domestica predisposte per donne con disabilità intellettiva/psichiatrica/relazionale, eppure anche loro sono colpite dall’emergenza. Nella citata intervista, Bonetti ha dichiarato di aver provveduto allo sblocco dei 30 milioni di euro di fondi ordinari destinati ai servizi antiviolenza. Rispetto al loro impiego, la ministra, intende includere «la finalità di aiutare i centri antiviolenza a dotarsi di quelle strumentazioni necessarie per fare il loro servizio in sicurezza rispetto al tema sanitario, ma anche eventualmente implementare i loro servizi», ed anche quella di «recuperare alloggi straordinari in cui inserire le donne che escono di casa e mantenerle alloggiate in una situazione di sicurezza sanitaria». Molto bene, ci mancherebbe, è solo che oltre ai requisiti di sicurezza sanitaria sarebbe stato importante prevedere che almeno una parte di questi alloggi straordinari che si intende recuperare fossero dotati di accorgimenti di accessibilità per donne con diverse disabilità, ed anche la predisposizione di servizi specifici di supporto attivabili all’occorrenza. Ma tali aspetti, nell’intervista, non sono neanche accennati. Nonostante i richiami specifici in tema di violenza nei confronti delle ragazze e delle donne con disabilità rivolti all’Italia dal Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità nel 2016 (si veda il punto 44), e quelli più recenti, dello scorso gennaio, provenienti dal GREVIO, il Gruppo di esperti indipendenti responsabile del monitoraggio dell’attuazione Convenzione di Istanbul, la Convenzione del Consiglio d’Europa in tema di contrasto alla violenza sulle donne (si legga la seguente nota informativa), le donne con disabilità vittime di violenza continuano ad essere ignorate nella comunicazione istituzionale sui servizi dedicati a contrastare questo fenomeno e nella predisposizione dei servizi stessi.
Ma le questioni di genere messe in risalto dall’emergenza coronavirus non si limitano al solo fenomeno della violenza. Anche se qui ci limitiamo ad accennarlo, il tema del lavoro di cura meriterebbe un capitolo a parte. La sospensione di molti servizi educativi e di assistenza rivolti alle persone con disabilità non incide solo sui diritti di queste persone (cosa già grave in sé), la conseguente attribuzione alle famiglie di ulteriori oneri di assistenza sta rendendo ancor più drammatica la condizione, già molto difficile, dei caregiver familiari, in larga parte donne. Il Decreto «“Cura Italia” non si cura di chi si prende cura», hanno chiosato alcune di loro nel denunciare lo stato di abbandono nel quale sentono di essere precipitate dalla mancanza di attenzione da parte delle Istituzioni.
Né si può dire che vada meglio sul fronte della salute sessuale e riproduttiva. Poiché in Italia il massiccio ricorso da parte dei medici all’obiezione di coscienza non rende sempre facile accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza (IVG), e considerando che l’emergenza sanitaria in corso ha aggravato la situazione (alcune strutture ospedaliere hanno dovuto ridurre gli accessi o trasferire il servizio di IVG), è nata “Obiezione Respinta”, una piattaforma autogestita promossa dal movimento Non Una Di Meno volta a monitorare lo stato del servizio di interruzione volontaria di gravidanza, ed a fornire punti di riferimento e aiuto a chi ha bisogno di abortire (il servizio ha anche una pagina facebook).
La situazione di emergenza ci ha indotto a cambiare le nostre abitudini e ad accettare limitazioni della libertà che in una situazione ordinaria non avremmo mai neanche preso in considerazione. La larga maggioranza delle persone vi aderisce perché ne comprende la razionalità e considera che si tratta di prescrizioni circoscritte nel tempo. Esse saranno sospese quando il rischio di contagio sarà rientrato. Questo però non significa che in tempo di crisi si debba accettare qualsiasi cosa. Le discriminazioni legate al genere, o alla disabilità, o ad entrambi i fattori (discriminazione multipla), non erano legittime prima che scoppiasse la pandemia, e continuano a non esserlo neanche in questo momento di difficoltà. Pertanto, per evitare che la crisi gravi in modo sproporzionato sulle donne è fondamentale integrare le questioni di genere nelle politiche poste in essere per fronteggiare l’emergenza. Tali politiche devono considerare anche ulteriori situazioni specifiche, come quelle inerenti alle donne con disabilità, alle caregiver e quelle di chi deve scegliere se affrontare una maternità oppure no. Se le politiche poste in essere negli ultimi giorni non tengono conto di questi elementi, ciò non è dovuto alla situazione di emergenza, ma alla nostra poca dimestichezza a pensare in modo realmente inclusivo di tutte le differenze anche prima che alcuni imprevedibili fattori contribuissero a complicarci la vita.

Simona Lancioni
Responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (Pisa)

 

Vedi anche:

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

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