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Il cambiamento che vogliono le donne

Lo scorso 9 luglio è stato presentato un Position Paper intitolato “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”. Il documento contiene una serie di proposte volte a promuovere i cambiamenti strutturali e culturali necessari a conseguire la parità di genere in Italia e nel mondo. Elaborato da un gruppo eterogeneo di 68 donne che sono intervenute come esperte, singole e/o in rappresentanza delle rispettive organizzazioni di appartenenza, sotto il coordinamento di D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, nel Position Paper sono presenti anche importanti riferimenti alla condizione delle donne con disabilità.

 

La copertina del Position Paper intitolato “Il cambiamento che volgiamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”.

Nel 1995, a Pechino, si teneva la Quarta Conferenza mondiale sulle donne nella quale venivano approvati una Dichiarazione ed un Programma di Azione centrato su 12 aree critiche*. A 25 anni da quell’evento i movimenti femministi e le organizzazioni femminili hanno sentito il bisogno di fare un bilancio dei progressi, dei ritardi e, talvolta, degli arretramenti registrati nell’attuazione delle deliberazioni approvate nella capitale cinese. Nel 2020 ricorre anche il quinto anniversario dell’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità articolato in 17 obiettivi, compreso uno (il quinto) sull’uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Per celebrare Pechino+25 le organizzazioni e le reti femministe assieme alla parte più progressista della società civile hanno lavorato ai preparativi per la realizzazione della 64 ͣ sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione delle donne, che si sarebbe dovuta tenete lo scorso marzo a New York, ma che è saltata a causa dell’emergenza sanitaria generata dalla pandemia di Covid-19.
Pur essendo saltato l’evento di marzo, in tutto il mondo sono state intraprese azioni locali ed internazionali di rivendicazione dei diritti delle donne. Qui in Italia l’attivismo femminista ha dato vita ad iniziative eterogenee, tra cui la produzione di un Position Paper intitolato “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”. Il documento è stato presentato pubblicamente lo scorso 9 luglio e contiene, per l’appunto, una serie di proposte volte a promuovere i cambiamenti strutturali e culturali necessari a conseguire la parità di genere in Italia e nel mondo. Esso è stato elaborato da un gruppo eterogeneo di 68 donne che sono intervenute come esperte, singole e/o in rappresentanza delle rispettive organizzazioni di appartenenza (complessivamente 45 enti**), sotto il coordinamento di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza.
La struttura del Position Paper rispecchia le indicazioni delle Nazioni Unite che, cogliendo le interconnessioni tra la Piattaforma d’Azione di Pechino e l’Agenda 2030 rispetto al tema dei diritti delle donne e all’uguaglianza di genere, ha operato una rielaborazione che ha raggruppato le 12 aree critiche in sette tematiche più ampie e trasversali: sviluppo inclusivo, crescita condivisa e lavoro dignitoso; povertà, protezione sociale e servizi sociali; violenza maschile contro le donne; partecipazione, accountability e istituzioni gender-responsive; società pacifiche e inclusive; protezione, conservazione e rigenerazione dell’ambiente; istituzioni e meccanismi per l’uguaglianza di genere.
Il documento mira a contrastare «una marginalizzazione delle donne diventata ormai insostenibile, dopo che nei primi 6 mesi di quest’anno le donne hanno retto praticamente questo Paese», ha sottolineato Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, alla conferenza stampa di presentazione dell’opera. «Venticinque anni fa, in occasione della IV Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, è stata lanciata al mondo la promessa di uguaglianza con una chiara indicazione di quali fossero i diritti delle donne da realizzare – ha aggiunto. – Oggi con il Position Paper vogliamo ribadire con totale chiarezza e autorevolezza che senza le donne il sistema fallisce».

Una bambina con disabilità motoria in un’area gioco.

In questa sede non entriamo nel merito dei contenuti delle sette aree tematiche, infatti un lavoro del genere è già disponibile in rete, piuttosto, occupandoci di disabilità, abbiamo ritenuto utile verificare se ed in che modo la condizione delle donne con disabilità sia stata presa in considerazione nel documento.

Esaminando l’elenco delle esperte componenti della redazione troviamo nomi noti a chi si occupa di disabilità: Luisa Bosisio Fazzi (LEDHA FISH Lombardia – Lega per i diritti delle persone con disabilità e delegazione ragionale della Federazione Italiana Superamento Handicap), Silvia Cutrera (vicepresidente FISH Nazionale), e Donata Pagetti Vivanti (presidente FISH Toscana).

Venendo ai contenuti, l’esame del documento ha evidenziato riferimenti, talvolta espliciti, altre volte indiretti, in tutte le aree tematiche, ad accezione di quella relativa agli aspetti ambientali. Vediamo i dettagli.

Sviluppo inclusivo, crescita condivisa e lavoro dignitoso
In quest’area tematica abbiamo trovato diversi riferimenti. Sono riportati alcuni dati ISTAT del 2019 che evidenziano lo svantaggio occupazionale delle donne con disabilità: «Nella popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni è occupato solo il 31,3% di coloro che soffrono di gravi limitazioni (26,7% tra le donne, 36,3% tra gli uomini) contro il 57,8% delle persone del resto della popolazione» (grassetti nostri nella citazione). La condizione di disabilità è considerata anche in relazione alle misure di conciliazione tra esigenze di vita e lavoro professionale, rispetto alle quali si propone che vengano «riviste e potenziate le infrastrutture dei servizi per l’educazione e la cura di minori, le persone con disabilità ed anziani/e, in un’ottica che è di quantità e soprattutto di flessibilità temporale e organizzativa». Un ultimo passaggio riguarda la carenza di politiche attive per il lavoro: «Nell’ambito delle politiche attive del lavoro, le azioni positive, oggetto di discussione nel nostro Paese fin dagli anni Ottanta, non sono veramente mai state centrali nelle politiche volte ad aumentare la presenza delle donne – come di altri gruppi più svantaggiati nell’accesso al lavoro (giovani, persone con disabilità, immigrati/e) – in tutti i livelli della gerarchia professionale e dell’organizzazione della produzione e dei servizi di una determinata impresa».

Povertà, protezione sociale e servizi sociali
Rispetto al tema della povertà è rilevato che «non sono disponibili dati specifici sulla condizione economica delle donne con disabilità; l’alto tasso di disoccupazione e di inattività suggerisce che esse sono esposte a un rischio di povertà più elevato rispetto alla popolazione femminile in generale e anche agli uomini con disabilità. La legge 68/99 e le misure contro la povertà indicate dagli ultimi governi non hanno previsto misure efficaci per ridurre la situazione di povertà delle persone con disabilità. Al contrario, alcuni dispositivi messi in campo trattano le famiglie povere in cui una persona disabile è presente in modo meno favorevole rispetto ad altre famiglie» (grassetti nostri nella citazione).
Un altro passaggio riguarda l’accesso ai servizi sanitari: «Pur mancando dati sistematici sul tema, le donne con disabilità riferiscono difficoltà nell’accesso paritario all’assistenza sanitaria e ai servizi di informazione da parte dei Consultori. Gli stereotipi e i pregiudizi sono spesso causa della violazione del diritto all’autodeterminazione, del diritto ad esprimere un libero consenso informato, della dignità e del rispetto del diritto alla sessualità, della salute sessuale e riproduttiva e del diritto di fondare una famiglia. La contraccezione, l’interruzione di gravidanza e la sterilizzazione forzate delle ragazze e delle donne con disabilità, soprattutto intellettiva e/o psico-sociale, rimangono pratiche relativamente diffuse e moralmente accettate» (nostri tutti i grassetti successivi al primo).

Violenza maschile contro le donne
In un primo passaggio inerente la necessità di garantire una formazione permanente per tutti gli/le operatori/operatrici del diritto (magistratura, avvocatura, forze dell’ordine) e di tutte le figure professionali (consulenti tecnici, psicologhe/gi, assistenti sociali), le donne con disabilità non sono menzionate esplicitamente, ma il riferimento alla prospettiva intersezionale e alle discriminazioni multiple configura un riferimento indiretto: «Tale formazione deve coinvolgere nella sua programmazione e nella attuazione le organizzazioni di donne per garantire un approccio di genere ed evitare formazioni “neutre” e che deve tener conto di una prospettiva intersezionale capace di considerare le discriminazioni multiple».
Indiretto è anche il riferimento in tema di educazione al genere e alle differenze: «L’educazione al genere e alle differenze è uno strumento fondamentale […] per riconoscere il ruolo che giocano le diverse forme di discriminazione intersezionale che sono alla base della violenza e che contribuiscono ad acuire le molteplici forme di marginalizzazione e esclusione subite da donne e bambine».
Esplicito è invece il seguente passaggio: «È importante considerare che come ricordato dalla Convenzione di Istanbul la matrice di genere della violenza contro le donne si interseca con le molteplici espressioni delle diversità delle donne quali p.e. età, origine, classe, cultura, religione, lingua, disabilità, orientamento sessuale, identità di genere, condizioni di salute. […] La violenza fisica, psicologica, economica, sessuale e domestica contro le donne e le ragazze con disabilità, la violenza nelle istituzioni e nei centri sociali e sanitari rimangono nascoste e non vengono rilevate dagli enti pubblici preposti alla raccolta di informazioni, dalle organizzazioni femminili e dai centri antiviolenza, salvo alcune eccezioni, e nemmeno dalle stesse organizzazioni delle persone con disabilità e dei loro familiari. Nel caso delle ragazze e delle donne con disabilità, questa forma di discriminazione multipla produce fenomeni di violenza già citati al punto 2.4 di questo documento [si riferisce al passaggio sull’accesso ai servizi sanitari, N.d.R.]. Le donne con disabilità, in particolare con disabilità psicosociali o intellettive, non hanno possibilità di scegliere, spesso vengono ignorate e le loro decisioni vengono sostituite da terzi come rappresentanti legali, tutori/trici, fornitori di servizi e familiari, in piena violazione dei loro diritti» (grassetti nostri nella citazione).

Partecipazione, accountability e istituzioni gender-responsive
Nel rilevare come l’Italia sia – insieme a Malta – l’ultimo Paese in Europa a non avere un’autorità indipendente per i diritti umani (NHRI) in linea con i Principi di Parigi, si osserva che essa «potrebbe avere un ruolo specifico, quale autorità indipendente, nel contrasto alle norme sociali avverse e nella lotta agli stereotipi di genere, alle discriminazioni multiple ed intersezionali», anche in questo caso il riferimento alle donne con disabilità è implicito.

Società pacifiche e inclusive
Nel 2020 si celebra l’anniversario della prima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la 1325, in materia di Donne, Pace e Sicurezza. Nell’auspicare un nuovo Piano di azione nazionale per dare continuità ai temi in quesitone, è specificata la seguente raccomandazione che configura un ulteriore riferimento indiretto alle donne con disabilità: «Occorre un’attenzione particolare alle giovani, oltre ad un rafforzamento del focus sull’impatto della discriminazione multipla ed intersezionale».

Istituzioni e meccanismi per l’uguaglianza di genere
Infine, anche in quest’ultimo riferimento, le donne con disabilità sono “evocate” con un richiamo alla discriminazione intersezionale: «Così come a livello di policy, anche il livello istituzionale, a partire dal Dipartimento Pari Opportunità e gli altri meccanismi preposti alla lotta alle discriminazioni quali l’Ufficio Nazionale contro la Discriminazione Razziale, l’Osservatorio per la Sicurezza contro le Azioni Discriminatorie, l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, non affronta in maniera compiuta l’intersezionalità. Inoltre, sono organismi del Governo e come tali non sono organismi indipendenti» (grassetti nostri nella citazione).

Qualche considerazione conclusiva
Non possiamo che esprimere apprezzamento per i numerosi e circostanziati riferimenti alla condizione delle donne con disabilità contenuti nel documento. Il coinvolgimento di esperte dell’area della disabilità ha certamente favorito che essi venissero espressi con la dovuta competenza ed un linguaggio appropriato. Considerare la specificità delle tante differenze umane, non solo quella delle donne con disabilità, è un passaggio imprescindibile raggiungere una parità di genere realmente inclusiva, ed è meraviglioso constatare le organizzazioni femminili e femministe e gli altri enti della società civile che hanno collaborato alla stesura del documento esprimano questo tipo di messaggio e di consapevolezza.

Simona Lancioni
Responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (PI)

 

Nota: un ringraziamento a Silvia Cutrera per la segnalazione.

 

* Le 12 aree critiche individuate alla Conferenza di Pechino erano le seguenti: donne e povertà, istruzione e formazione, donne e salute, violenza contro le donne, donne e conflitti armati, donne e economia, donne e processi decisionali, meccanismi istituzionali per il progresso delle donne, diritti umani delle donne, donne e media, donne e ambiente, le bambine.

** Al Position Paper hanno contribuito esperte di numerose organizzazioni aderenti alla rete D.i.Re e di Action Aid, AIDOS, Amnesty International, Be-Free, CGIL, COSPE, Differenza Donna, Donne in Quota, Donne in nero, DonnexDiritti Onlus, Escapes, LEDHA FISH e FISH, CPO FNSI, USSI, Forum Associazione Donne Giuriste, GIUdIT, GiULia, IF, Ladynomics, LeNove, Associazione Orlando, Coop. Soc. PARSEC, SCoSSE, CPO Ordine dei medici, Associazione italiana donne medico, SNOQ Torino, USIGRai, Università di Padova e progetto AGEMI, Università di Modena e Reggio Emilia, Università di Bologna e progetto Alice, Rete italiana contraccezione e aborto Pro Choice, oltre ad alcune esperte indipendenti.
Ad esso hanno inoltre aderito: AMICA – Associazione medici italiani contraccezione e aborto, ANDE – Associazione nazionale donne elettrici, AOI – Associazione delle ONG italiane – Cooperazione e solidarietà internazionale, ARCI Nazionale, Aspettare stanca, Casa internazionale delle donne – Roma, Centro di documentazione e informazione sulla salute di genere – Brescia, Centro di Women’s Studies “Milly Villa” dell’Università della Calabria, GenPol – Gender & Policy Insights – Cambridge (UK) e Napoli, Network Italiano Salute Globale, Noi Rete Donne, Pane & papaveri, Prima gli esseri umani, Step Up! Campaign – WAVE, Telefono Rosa Piemonte – Torino, Terni Donne – Casa delle donne di Terni, UIL – Coordinamento pari opportunità, WAVE – Women Against Violence Europe.

 

Per approfondire:

Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”, Position Paper, Alice Degl’Innocenti e Marcella Pirrone coordinamento lavori, Elena Biaggioni e Claudia Pividori curatrici della redazione, Roma, D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, luglio 2020.

D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza.

Simona Lancioni, Dopo Covid-19, un futuro sostenibile inclusivo delle donne con disabilità, «Informare un’h», 24 giugno 2020.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Data di creazione: 13 Luglio 2020

Ultimo aggiornamento il 15 Luglio 2020 da simona