Il primo consenso è quello che parte da noi stesse

Intervista a Simonetta Cormaci a cura di Simona Lancioni

Non è molto frequente trovare donne con disabilità attive nel rivendicare politiche che considerino simultaneamente il genere e la disabilità, dunque quando capita di conoscerne una, scatta anche la voglia di conoscerla meglio. E Simonetta Cormaci, 54 anni, nata e residente a Catania, una laurea in Scienze Politiche, interessata da una cecità acquisita, una miriade di interessi, non delude.

 

Due mani reggono una tazza quasi a volersi scaldare. Dietro esse di intravede il busto, ma non il viso, di una giovane donna con una maglia rossa, ed i capelli lunghi e biondi (foto di Bethany Laird).

Due mani reggono una tazza quasi a volersi scaldare. Dietro esse di intravede il busto, ma non il viso, di una giovane donna con una maglia rossa, ed i capelli lunghi e biondi (foto di Bethany Laird).

Cara Simonetta, vuoi presentarti ai nostri lettori e alle nostre lettrici?
«Sono nata e vivo a Catania, ho 54 anni, ho perso definitivamente la vista a 37 anni, ho lavorato presso un’azienda privata per 28 anni, da qualche mese sono in pensione. Parallelamente ho sempre coltivato molti interessi e attività: musica, lettura, cinema, volontariato, attività fisica, relazioni.»

Ora sei in pensione. Puoi raccontarci qualcosa riguardo alla tua esperienza lavorativa?
«Distinguerei tre fasi: dall’inizio e fino a quando persi la vista il mio lavoro era gratificante, vario, dinamico, mi occupavo di turismo, lavoravo molto, nel frattempo studiavo (mi sono laureata in ritardo a causa dei problemi con la vista), comunque ero soddisfatta. A seguito della cecità ho vissuto una fase critica e sul lavoro grande frustrazione per un demansionamento in cui l’unica occupazione era rispondere al telefono…. Mentre mi abituavo alla nuova vita, cercavo di riprendere delle capacità facendo corsi di orientamento, pc per non vedenti, autonomia, proponevo ai miei superiori di trovare soluzioni lavorative più impegnative e qualificanti, ma le mie istanze sono state disattese. Finalmente circa cinque anni fa mi avevano affidato degli incarichi di marketing e comunicazione che ho potuto assolvere al meglio e che mi gratificavano. Poi, però, l’azienda ha cominciato a ridurre il personale ed io sono stata costretta a lasciare il lavoro. Voglio esprimere un principio che ritengo fondamentale: il lavoro – per tutti sicuramente – ma a maggior ragione per una persona disabile conferisce una dignità sociale, permette al disabile di socializzare e di dare importanza, alla propria esistenza, autonomia, autostima. È pure vero che ci sono lavori e lavori, spesso molto poco qualificati che non possono considerarsi certo appaganti perché – io credo – non si investe molto sull’istruzione e sull’addestramento dei disabili. Temo che sia diffusa una certa subcultura che ritiene i disabili inutili o, comunque, poco adatti a molte attività, e dunque non si investe tanto in formazione e addestramento, già è abbastanza assisterli…! Per tornare a me, da tre mesi in pensione mio malgrado, ho cercato di ridare un ritmo all’esistenza e un senso compiuto alle giornate; il tutto non è stato indolore ma, fortunatamente, avendo sempre coltivato molti interessi e impegni, ho potuto riguadagnare un equilibrio personale e sociale tuttavia non si può negare che quando si esce dal mondo del lavoro tutto cambia ed è necessario trovare sempre spunti per alimentare lo spirito, la vita sociale, il senso di sé.»

Hai avuto una lunghissima militanza presso due organizzazioni umanitarie internazionali – Amnesty International e Centro Astalli per i rifugiati –, ti sei battuta per poter diventare donatrice di sangue (cosa che talvolta è preclusa alle persone con disabilità), collabori con l’Unione Italiana dei ciechi e degli ipovedenti negli aspetti concernenti la comunicazione. Il tuo è un volontariato “trasversale”, nel senso che non ti occupi solo di aspetti che ti riguardano personalmente. Che significato hanno per te queste esperienze?
«Credo che un sentimento di giustizia, un’attenzione per il prossimo, la convinzione che sia doveroso e necessario fare qualcosa per chi è in condizioni svantaggiate rispetto a noi e più indifeso, mi appartengano da sempre. Proprio per questo ho sempre fatto del volontariato, in vari contesti, fin da ragazza. Sento il bisogno di essere utile, sento di dover essere voce per chi non ha voce. Il mio sentire, nel tempo, si è potuto esprimere in diverse organizzazioni come ad esempio le due ONG che hai citato. Non mi sono riconosciuta in un volontariato più specifico perché i miei fondamenti sono stati universali… Libertè, egalitè, fraternitè. La Dichiarazione dei diritti umani e a seguire tutti quegli atti che hanno declinato questo documento pilastro dell’umanità al cui interno stanno i diritti e i doveri di tutti noi. Come ha detto Gustavo Zagrebelsky “Niente per noi, tutto per tutti”. Per tali ragioni mi sono appassionata al 2° Manifesto europeo dei diritti delle donne disabili.»

Hai una cecità acquisita a partire dal 2000. Come ti sei organizzata per ricostruire la tua autonomia? Riesci a fare ed essere tutto ciò che vuoi, o ci sono aspetti che rimangono scoperti? In tal caso, quali?
«Come accennavo prima, dopo il trauma della perdita della vista, e un periodo di forte criticità, mi sono rimessa in moto sia grazie all’aiuto di alcune persone competenti e amiche, sia per la mia natura reattiva. Ho cercato di recuperare le mie capacità imparando nuovi modi di fare. Vivevo già per conto mio e ho continuato organizzandomi soprattutto per l’esterno cioè trasporti, altre azioni del quotidiano spesa – commissioni – salute… con l’aiuto di diverse persone a vario titolo (volontario e remunerato) e anche amiche, amici, familiari. Ho una buona capacità organizzativa e l’ho messa in pratica. Certo non posso lasciare niente al caso… intendo che, se per esempio devo fare qualcosa, devo prima sincerarmi di avere qualcuno che possa accompagnarmi. Ho abbandonato l’idea del pensiero e azione estemporanei anche perché non sono mai stata disposta a prendere un cane guida che avrebbe ampliato la mia autonomia… dunque devo organizzare ogni cosa. Mi manca moltissimo non potermi muovere liberamente, camminare in libertà senza dovermi affidare ad un braccio o un bastone bianco. Spesso soffro per i pregiudizi e l’ignoranza sull’handicap. Sicuramente a volte si è emarginati. Mi mancano altre cose, ma molte altre le ho guadagnate in qualità di vita, e dunque mi ritengo armonizzata con il mio profondo. Per il resto affronto ciò che mi accade ogni giorno con le risorse personali e le esperienze acquisite.»

Se l’UDI Catania (Unione Donne in Italia) e l’ADV (Associazione Disabili Visivi) hanno ratificato il “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea” si deve alla tua iniziativa, e alla tua intuizione che il tema non riguardi solo “chi si occupa di disabilità”. Il “Secondo Manifesto” è un testo articolato, quali sono, a tuo giudizio, gli aspetti che richiedono un intervento prioritario? Quelli che, se dobbiamo partire, partiamo da qui?
«Premettendo che ho ritenuto il 2° Manifesto un documento eccellente per la sua ampiezza di contenuti e di indicazioni, credo che sarebbe importante partire migliorando l’istruzione delle ragazze e delle donne, lavorare molto su sensibilizzazione, mass-media e immagine sociale, lavorare molto sulle condizioni di indipendenza e di uguaglianza; consapevolizzare molto le ragazze e le donne sulle discriminazioni multiple, insomma fare un massiccio e capillare lavoro di informazione e empowerment perché questo offrirebbe alle stesse donne e ragazze con disabilità migliori strumenti per rivendicare tutti gli altri diritti irrinunciabili e migliori condizioni: uguaglianza di genere, pari accesso alla salute e alle cure, pari accesso alla giustizia, pari opportunità nel lavoro. Dunque bisognerebbe aiutare le ragazze e le donne ad acquisire o migliorare la propria identità.»

Non sono tante le donne con disabilità impegnate anche sul fronte delle rivendicazioni di genere, come spiegheresti loro che anche questo aspetto della loro vita è importante?
«In parte l’ho già detto. Aggiungo che molto spesso i problemi legati alla propria disabilità sovrastano e schiacciano la persona su se stessa. Inoltre, credo, tutto ciò che non si è guadagnato con uno sforzo o lavoro o lotta personale viene sottovalutato, e spesso le donne disabili hanno goduto di tutele già consolidate, oppure – all’opposto – non hanno avuto alcuna opportunità sociale anche basica per ignoranza o vergogna sociale da parte delle famiglie di provenienza. In tal senso potremmo dire che si sono accontentate. Comprensibilmente non potevano preoccuparsi di una consapevolezza di genere. Penso che sia necessario informarle, incoraggiarle aiutarle a riflettere su tali questioni rileggendo la loro esistenza con la lente del genere. Non è semplice: spesso ci si adagia su una vita informe per paura di reazioni sgradevoli e per non perdere il consenso, ma se ci si rendesse conto che il primo consenso è quello che parte da noi stesse la propria esistenza assumerebbe più valore e significato.»

Ultimo aggiornamento: 16 novembre 2017