Menu Chiudi

La violenza contro le donne disabili narrata in un corto

Intervista ad Anna Capaccioli e Cosma Ognissanti a cura di Simona Lancioni

Si intitola “AnnaCaregiver: Storie di ordinaria violenza”, è un corto della durata complessiva di 11.45 minuti, è stato messo on line il 30 dicembre 2015, ed affronta il tema della violenza nei confronti delle donne e bambine con disabilità. È disponibile anche in una versione accessibile, con audiodescrizione e sottotitolazione, leggermente più lunga (14.39 minuti). “AnnaCaregiver” è in realtà Anna Capaccioli, la persona che, assieme al videomaker Cosma Ognissanti, ha curato la regia e la realizzazione dell’opera. Capaccioli è una caregiver familiare (ossia una persona che, gratuitamente, presta assistenza ad un congiunto non autosufficiente) che si è presa cura dei propri genitori (entrambi malati di demenza), lavora come assistente domiciliare di base, e gestisce un canale YouTube personale dove pubblica i filmati con i quali condivide le esperienze di vita che considera significative. Ho rivolto a lei e a Cosma Ognissanti qualche domanda sulla loro opera più unica che rara nel panorama italiano, dove sono stati realizzati tanti filmati, campagne e film sulla violenza di genere, ma non su quella, che può avere connotazioni specifiche, nei confronti delle donne con disabilità.

 

Un’immagine tratta dal filmato “AnnaCaregiver: Storie di ordinaria violenza”, realizzato da Anna Capaccioli e Cosma Ognissanti, mostra un uovo, posizionato su un portauovo di legno, il cui guscio viene progressivamente ridotto in frantumi.
Un’immagine tratta dal filmato “AnnaCaregiver: Storie di ordinaria violenza”, realizzato da Anna Capaccioli e Cosma Ognissanti, mostra un uovo, posizionato su un portauovo di legno, il cui guscio viene progressivamente ridotto in frantumi.

Gentilissima Anna e gentilissimo Cosma, come mai avete deciso di focalizzare la vostra attenzione proprio sul tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità?
«La scelta di questo tema deriva dalla mia esperienza di familiare caregiver e di operatrice, strettamente collegate fra loro. Ho infatti deciso di acquisire la qualifica professionale di assistente di base dopo 10 anni, di cui 6 a tempo pieno, di assistenza ai miei genitori, sia per avere più strumenti per affrontare una situazione complessa in continua evoluzione, sia per poter utilizzare questo grande bagaglio di esperienza e di informazioni anche con altre persone. La mentalità analitica che deriva dalla mia formazione scientifica (sono biologa, specializzata in biochimica e chimica clinica, perfezionata in alimenti e nutrizione) mi ha accompagnata anche in questo periodo della mia vita e la mia libreria si è gradualmente riempita di testi che spaziano dalla biologia dei neuroni alle storie di altri caregiver passando per la riabilitazione cognitiva. Medici, psicologi, educatori, familiari sono diventati i miei compagni di viaggio. Questo per spiegare con quale spirito, dopo la scomparsa del mio babbo, ho iniziato il lavoro di operatrice, preoccupata di essere abbastanza competente in situazioni diverse dall’unica che conoscevo, anche se approfonditamente. Ben presto mi sono resa conto che la difficoltà non era avere le competenze, ma riuscire ad utilizzarle nelle situazioni in cui mi trovavo. Sono rimasta molto colpita dai comportamenti di alcuni familiari, che non solo non cercavano e non recepivano dei consigli professionali, ma arrivavano anche a contrastare l’assistenza apportata da una persona esterna. Questo in un clima generale di disattenzione che può arrivare fino all’umiliazione e rendere la vita della persona disabile una sfida quotidiana. Ho avuto a che fare principalmente con donne con deficit cognitivi, che sono vittime privilegiate di comportamenti maltrattanti. Non me la sono sentita di rimanere spettatrice indifferente di queste situazioni, dovevo fare qualcosa per dare il mio contributo all’informazione su questo mondo sommerso di cui i grandi mezzi di comunicazione non parlano.»

Quali valutazioni vi hanno indotto a scegliere il filmato come canale espressivo?
«Avevo già scelto questo canale espressivo per il primo anniversario della morte del mio babbo, malato di Alzheimer, che volevo ricordare facendo una fotografia delle emozioni del momento e raccontando qualcosa della nostra grande avventura, in cui non sono mancati gli aspetti positivi. Allora come successivamente erano in gioco forti emozioni e il video è un mezzo potente per raccontarle e per diffonderle.
Avevo conosciuto Cosma durante alcuni corsi per caregiver che ho frequentato e i suoi lavori mi erano piaciuti. Operando in ambito sociale, mi è sembrato la persona adatta. È stato interessante affrontare il tema della violenza con un uomo, che oltretutto lo affrontava per la prima volta. Abbiamo iniziato con un confronto generale sull’argomento e poi abbiamo esaminato il materiale che avevo raccolto. Non ho avuto dubbi sulle testimonianze delle donne disabili, che ho selezionato e riassunto in modo da rappresentare sia diverse situazioni di disabilità che diversi tipi di attori di violenza (genitori, partner, figli, società) e che ho inserito in un contesto più generale. Abbiamo cercato di rafforzare il messaggio dando forma e colore alle emozioni, senza usare immagini violente che avrebbero amplificato la violenza. Lavorando al video ho imparato alcune tecniche e ora sfoglio i giornali con un occhio diverso, pensando al teleracconto.
Quando Anna mi ha presentato il suo progetto la prima idea che ho avuto chiara nella mente è stata di gestire il tema complesso della violenza, utilizzando, per contrasto, visioni semplici e discrete, cercando di ottenere lo stesso effetto di asprezza e intensità. Ho subito pensato alla tecnica del teleracconto, inventata da Giacomo Verde: una limitata porzione di spazio dove piccoli oggetti, sotto l’occhio di una telecamera fissa, diventano “altro” e si tramutano in storie. Attraverso la dimensione artigianale di questo piccolo palcoscenico illuminato, senza effetti speciali ma in tempo reale, il teleracconto, concepito soprattutto per raccontare fiabe ai più piccoli, si rivela anche capace di comunicare pensieri terribili e inauditi, con la stessa estrema semplicità.
Racconti strazianti e concetti profondi si trasformano perciò in pastelli colorati, ritagli di giornale, fotografie, oggetti comuni manipolati da mani “che sanno” e che accompagnano lo spettatore nell’agghiacciante realtà della violenza, con gesti delicati, spontanei ma precisi.»

In modo più che apprezzabile avete pensato di rendere accessibile la vostra opera anche alle persone con disabilità sensoriale. Come vi siete mossi per conseguire questo risultato? Avete incontrato difficoltà? Se sì, di che tipo?
«Diversi anni fa avevo fatto un corso sull’accessibilità e quindi avevo questo concetto generale. Diffondendo il primo video realizzato, non accessibile, ho avuto dei consigli da Laura Raffaeli [presidente dell’associazione Blindsight Project, N.d.R.], che mi ha anche indicato l’associazione di riferimento. Abbiamo pensato di completare il lavoro fatto dedicandoci anche a questi aspetti e ci è sembrato utile acquisire esperienza in previsione di lavori futuri. Ci siamo divisi i compiti e per me scrivere l’audiodescrizione è stata una nuova emozione. Non abbiamo incontrato difficoltà particolari.»

Negli ultimi due anni il filmato è stato utilizzato in occasione di diversi eventi di sensibilizzazione sul tema del contrasto alla violenza di genere, che tipo di riscontri avete avuto?
«È stata una conferma del raggiungimento dell’obiettivo di trasmettere emozioni ed informazioni in maniera efficace ma non sensazionalistica. Una modalità narrativa varia ed inconsueta ha catturato l’attenzione su un tema a volte considerato per addetti ai lavori.»

Il vostro lavoro è finalizzato a sensibilizzare le persone comuni al tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità, manca ancora un’opera in tema di violenza di genere che si rivolga direttamente e specificamente alle donne con disabilità. La butto lì: vi sentireste di cimentarvi in questo compito?
«Un compito affascinante che risponde all’esigenza iniziale di non lasciare sole queste donne in difficoltà, più o meno consapevole. Il proseguimento di un percorso che prevede più tappe, proprio per mantenere alta l’attenzione su questo tema, ed una attenta progettazione.»

 

Per approfondire:

AnnaCaregiver: Storie di ordinaria violenza, filmato, YouTube, lunghezza: 11.45 minuti, 30 dicembre 2015.
Storie di ordinaria violenza versione accessibile, filmato, YouTube, accorgimenti di accessibilità: audiodescrizione e sottotitolazione, lunghezza: 14.39 minuti, 6 luglio 2016.
Regia: Anna Capaccioli, Cosma Ognissanti
Voce recitante: Anna Capaccioli
Riprese, montaggio e postproduzione: Cosma Ognissanti, Gaetano Pugliano
Musiche: Kevin MacLeod, Matteo Carcassi

Sulle connotazioni specifiche che può assumere la violenza nei confronti delle donne con disabilità si veda: Marta Sousa, Le donne con disabilità e la ruota del potere e del controllo, «Informare un’h», 21 novembre 2013.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento: 16 dicembre 2017

Ultimo aggiornamento il 16 Dicembre 2017 da simona