Le donne con disabilità e la “visione cubista”

Mentre l’otto marzo si avvicina, forse è questo il regalo più bello che potremmo fare e potrebbero farsi le donne con disabilità: rileggere la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e scoprire che non parla solo di persone, ma anche di donne e di uomini, soggetti le cui esigenze talvolta sono sovrapponibili, ma altre volte no.

 

Pablo Picasso, Donna con camicia in poltrona, olio su tela, 1913, collezione Ganz, New York. L’opera raffigura una donna nuda e seduta su una poltrona molto grande che la contiene e, in qualche modo, la avvolge. La donna è scomposta in forme geometriche che si affiancano e si sovrappongono, nello stile proprio del Cubismo sintetico. In uno dei riquadri, il drappeggio di una camicia.

Pablo Picasso, Donna con camicia in poltrona, olio su tela, 1913, collezione Ganz, New York. L’opera raffigura una donna nuda e seduta su una poltrona molto grande che la contiene e, in qualche modo, la avvolge. La donna è scomposta in forme geometriche che si affiancano e si sovrappongono, nello stile proprio del Cubismo sintetico. In uno dei riquadri, il drappeggio di una camicia.

Il fatto è che facciamo ancora una gran fatica a pensare e vedere le donne con disabilità nella loro interezza. Pensiamo di vederle integre, e magari ne siamo anche intimamente convinti, ma in realtà passiamo il tempo a scomporle, quasi fossero opere cubiste. Ci sono le donne, e ci sono le persone disabili. Chi si occupa delle prime esclude le seconde dal proprio ambito d’interesse, chi si occupa delle seconde non ritiene di doversi occupare di questioni di genere. In questo modo riusciamo ad evitare di prestare attenzione a tutte quelle situazioni che per essere affrontate adeguatamente richiedono di considerare simultaneamente sia il genere che la disabilità.

Ma cosa comporta la “visione cubista” a livello pratico? Comporta che in Italia solo pochissimi ambulatori ginecologici siano realmente accessibili e preparati ad accogliere donne con disabilità diverse; comporta che nel “Secondo programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità” non ci sia nemmeno un cenno alla violenza nei confronti delle ragazze e delle donne con disabilità; comporta che anche all’interno delle associazioni che si occupano di disabilità, pur essendo i volontari in maggioranza donne, la loro presenza nelle posizioni apicali continui ad essere minoritaria; comporta che i dati sull’occupazione delle donne con disabilità siano ancora più drammatici di quelli, già spaventosi, degli uomini nelle stesse condizioni, giusto per citare le prime cose che vengono in mente.

Ancora molti e molte credono che essere uomini o donne quando si è disabili sia del tutto indifferente, perché le esigenze che ti pone la disabilità sono tante e tali da sovrastare tutte le altre. Per questo non si interessano, né ritengono di doversi interessare, di questioni di genere. E perché dovrebbero, visto che, a loro giudizio, il mondo della disabilità ne è immune? Con tutti i problemi che hanno le persone con disabilità dovrebbero anche perder tempo a filosofeggiare di questioni femminili? Certo che no! È una percezione alterata della realtà quella che non riesce a cogliere che ogni persona può esprimere simultaneamente diverse identità sociali (ad esempio, l’appartenenza di genere e l’avere una disabilità). Identità sociali che non vengono dismesse a seconda della circostanze o delle convenienze, ma che, semplicemente, coesistono. Non smettiamo di essere donne o uomini se nasciamo o diventiamo disabili, e l’espressione della femminilità e della maschilità non possono non combinarsi con la disabilità, quando c’è, senza che, per questo, l’identità di genere ne risulti necessariamente sminuita.

Eppure le donne con disabilità affrescate dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009) non somigliano affatto alle opere di Picasso: la Convenzione ONU non contiene nessuna indicazione che autorizzi a scomporre le donne, ne contiene invece diverse (a partire dall’articolo 6, in tema di discriminazione multipla) che inducono a considerare e trattare la donna nella sua interezza (disabilità compresa). I richiami rivolti all’Italia dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità sulle politiche di genere, in termini complessivi e su specifici aspetti, sono una conferma in tal senso.

Mentre l’otto marzo si avvicina, forse è proprio questo il regalo più bello che potremmo fare e potrebbero farsi le donne con disabilità: rileggere la Convenzione ONU e scoprire che non parla solo di persone con disabilità, ma anche di donne e di uomini, soggetti le cui esigenze talvolta sono sovrapponibili, ma altre volte non lo sono per niente. E quando non lo sono, vanno rilevate, differenziate e soddisfatte entrambe. C’è forse qualcosa di più affascinante, nobile e rispettoso che restituire interezza alle persone?

Simona Lancioni
Responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (PI)

 

Vedi anche:

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento: 3 marzo 2018

Pubblicato in News