Le donne con disabilità nel Rapporto ombra sull’applicazione della Convenzione di Istanbul

Lo scorso 29 ottobre 2018 è stato trasmesso al GREVIO (il Gruppo di esperti/e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa) il Rapporto delle associazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia (il cosiddetto Rapporto ombra). In esso, pur con qualche lacuna, le esigenze delle donne con disabilità vittime di violenza hanno trovato un’apprezzabile attenzione. Tuttavia sarebbe necessario lavorare di più sull’autorappresentazione delle donne con disabilità.

Disegno che ritrae una donna dalla forma affusolata ed inclinata di lato, come piegata dal vento, affusolata ed inclinata come gli alberi presenti sullo sfondo.

Disegno che ritrae una donna dalla forma affusolata ed inclinata di lato, come piegata dal vento, affusolata ed inclinata come gli alberi presenti sullo sfondo.

L’articolo 66 della Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 (ratificata dall’Italia con la Legge 77/2013) – prevede, quale meccanismo di controllo, l’istituzione di un Gruppo di esperti/e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, in sigla “GREVIO“) incaricato di vigilare sull’attuazione della Convenzione in questione da parte degli Stati che l’hanno sottoscritta.

Lo scorso 29 ottobre 2018 è stato trasmesso al GREVIO il Rapporto delle associazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia. Poiché esso vuole fornire un punto di vista diverso ed alternativo rispetto a quello espresso dal Governo nel suo Rapporto ufficiale, il rapporto prodotto dalle associazioni di donne è anche definito “Rapporto ombra”. Esso si propone evidenziare le criticità riscontrate nell’attuazione della Convenzione di Istanbul, ma anche di essere uno strumento di lavoro e di interlocuzione con i/le componenti del GREVIO. Curatrici dell’opera sono Elena Biaggioni e Marcella Pirrone, entrambe avvocate di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. La redazione è composta da oltre trenta tra associazioni ed esperte attive sui temi della violenza di genere.

Poiché nel 2016 l’Italia è stata richiamata dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (l’organo incaricato di verificare l’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009) per l’assenza di politiche rivolte alle ragazze ed alle donne con disabilità (punti 13 e 14), ed in specifico per inadempienze rispetto al fenomeno della violenza nei loro confronti (punti 43 e 44), ho ritenuto interessante verificare se ed in che misura il Rapporto ombra abbia tenuto in considerazione le esigenze delle donne e delle ragazze con disabilità.

Un primo indizio induce a ipotizzare che questa volta le donne e le ragazze con disabilità non saranno così invisibili, infatti della redazione fanno parte, tra le altre, tre figure con comprovata esperienza ed elevate e specifiche competenze sui temi della disabilità: Luisa Bosisio Fazzi, attivista diritti umani DPI (Disabled People International), Giampiero Griffo, presidente e membro del Consiglio mondiale di DPI e Donata Vivanti, advocate, presidente FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) Toscana; Comitato di redazione FID (Forum Italiano sulla Disabilità) dei rapporti alternativi delle Convenzioni sui diritti umani dell’ONU.

Già nell’introduzione è segnalato il «vuoto riguardante la condizione delle ragazze e delle donne con disabilità. Generalmente nelle analisi riguardanti la condizione di disabilità il genere non viene mai considerato. Questa irrilevanza del genere è causa ma anche effetto di una assenza di elementi per esplorare ed analizzare l’influenza che il genere ha sulle donne con disabilità. Tutto ciò ha portato ad una mancanza di interesse nel pensare alle necessità specifiche delle ragazze e delle donne con disabilità e quindi nel produrre analisi e riflessioni, nel progettare interventi e prassi, nel proporre politiche ed azioni specifiche in tutti gli ambiti della loro vita» (grassetti miei, pag. 1).

Riguardo al tema delle politiche integrate si rileva che nell’ordinamento giuridico italiano non esiste una normativa specifica a tutela le ragazze e le donne con disabilità. «Si applica pertanto la normativa sulle pari opportunità e parità di trattamento di genere tra uomo e donna e la normativa specifica per la condizione di disabilità. Ciò significa che nessuna norma, politica, misura od azione a favore dell’uguaglianza di genere include specifici riferimenti alle ragazze ed alle donne con disabilità mentre nessuna prospettiva di genere viene adottata nello sviluppo e nell’applicazione di norme, azioni e programmi relativi alla condizione di disabilità» (pag. 6). Seguono diversi esempi di Leggi, piani, rapporti e relazioni in tema di violenza nei quali l’attenzione specifica alle donne e alle ragazze con disabilità è nulla o residuale. Sono inoltre riportati gli espliciti richiami che pongono l’attenzione sulle donne con disabilità espressi nel 2017 dal Comitato CEDAW la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (ratificata dall’Italia con la Legge 132/1985), quelli del 2016 del già citato Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e, del 2012, quelli contenuti nel Rapporto sull’Italia della Relatrice Speciale sulla Violenza contro le donne, nel quale si può leggere: «Le donne con disabilità sono state a lungo viste come destinatarie passive di assistenza. Lo Stato, la società e persino i familiari percepiscono le donne con disabilità nel migliore dei casi come soggetti invisibili, nel peggiore dei casi un peso. Le ragazze e le donne con disabilità tendono spesso ad essere educate verso modelli stereotipati che le relega in ruoli di dipendenza e di necessità di cure. Addirittura, la loro educazione viene considerata se non difficile e non necessaria. Questa percezione le conduce a livelli molto bassi nei sistemi educative e di conseguenza se inserite nel mondo del lavoro in funzioni subordinate. […] L’indagine ISTAT 2006 sulla Violenza contro le donne dentro e fuori dalla famiglia è la più recente fonte statistica sul fenomeno. La sua limitatezza deriva dal fatto che non riflette appieno il fenomeno perché non rileva accuratamente la prevalenza della violenza contro le donne e non include dati sulle donne con disabilità» (grassetti miei, pag. 8). Nel 2016 il Dipartimento delle Pari Opportunità ha siglato con l’ISTAT un protocollo d’intesa con l’obiettivo di sviluppare e realizzare un sistema informativo definito “Banca dati sulla violenza di genere”, con lo scopo di fornire informazioni statistiche validate e continuative agli organi di Governo e a tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nel contrasto alla violenza di genere. Rispetto a tale proposito il Rapporto ombra chiede che sia obbligatoria anche la raccolta di dati sulla violenza di genere disaggregati sulla base di disabilità, e che vengano altresì rilevate «l’eventuale condizione di disabilità della vittima di violenza e la sua relazione con l’autore o gli autori della violenza, e le forme di violenza specifiche nei confronti delle donne con disabilità, come la sterilizzazione forzata, che pare ancora usata in Italia come strumento di “protezione”, spesso richiesta dai familiari, benché non esistano altri dati, anche per la reticenza di chi la pratica e il camuffamento dell’intervento con altre giustificazioni mediche (endoscopie, biopsie, ecc.)» (grassetti miei, pag. 10). L’esigenza di creare un sistema integrato di rilevazione dei dati, anche giudiziari che superi la frammentarietà e la parzialità delle informazioni, generi flussi strutturati d’informazioni fruibili a livello nazionale e locale è considerata urgente, ed è richiesto che tali dati siano «disaggregati per le diverse condizioni, in particolare per presenza di disabilità» (pag. 13).

In tema di prevenzione il Rapporto ombra segnala come il sessismo non risparmi «le donne con disabilità, anzi le rende doppiamente vittime: se la donna è spesso vista come un “oggetto”, il fatto di essere disabile la rende un oggetto difettoso di nessun valore» (pag. 14). Esso segnala inoltre che «nessuna campagna nazionale di sensibilizzazione sulla discriminazione di genere e sulla violenza contro le donne include le donne e le ragazze con disabilità. Nemmeno il Piano d’azione nazionale sulla disabilità prevede azioni di sensibilizzazione volte al pieno riconoscimento del loro valore umano e della loro dignità» (grassetti miei, pag. 16). Da ciò la raccomandazione che, con urgenza, «il governo italiano promuova e finanzi campagne di sensibilizzazione con particolare riferimento ai piani di intervento educativo dentro e fuori le scuole a partire dall’infanzia e per tutti gli ordini di scuola, tenendo conto anche dell’intersezionalità della dimensione del genere con la condizione di disabilità» (grassetti miei, pag. 18). Spesso manca negli operatori dei servizi di consulenza e di emergenza la consapevolezza del rischio a cui sono esposte le donne con disabilità «perché non conoscono la condizione di disabilità o perché non riconoscono, mancando di strumenti culturali e tecnici, l’abuso come violento ed associato alla disabilità. Il rischio di cattiva interpretazione dei segni di violenza è ridotto quando gli operatori hanno frequentato specifici corsi di formazione» (pag. 20) Da ciò la richiesta, per questi operatori e per tutti quelli coinvolti nei percorsi antiviolenza, di una formazione specifica (deve comprendere fra le condizioni a maggior rischio di violenza la disabilità, soprattutto se sono presenti necessità di comunicazione e sostegno elevate), continuativa, obbligatoria e strutturale (e non, come accade attualmente, estemporanea o occasionale, con interventi di poche ore fatti giusto per poter dire di averli realizzati).

Riguardo alla protezione e al sostegno delle vittime sono riportati i dati Istat relativi al 2014: «ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36% di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6% di chi ha limitazioni gravi, a fronte dell’11,3% della popolazione femminile generale. Il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio (10% contro 4,7% delle donne senza problemi). Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti, amici o conoscenti. Spesso purtroppo sono proprio gli uomini che si prendono cura di queste donne ad approfittare di loro. Per questo motivo e per la difficoltà delle donne con disabilità psichica/intellettiva non solo a denunciare, ma persino a riconoscere come tali le violenze subite in ambiente domestico, la violenza domestica sulle donne con disabilità, e in particolare disabilità psichica o intellettiva, non viene quasi mai denunciata (solo nel 10% dei casi). Inoltre, le violenze domestiche nei loro confronti possono essere percepite come forme di educazione e correzione di comportamenti inadeguati» (grassetti miei, pag. 24). Se in Italia è ancora diffuso un atteggiamento che tende a mettere costantemente in discussione la credibilità delle donne vittime di violenza, anche su questo fronte le donne con disabilità sono maggiormente penalizzate perché «spesso ritenute “incapaci di intendere” e inattendibili. Per di più le donne con disabilità psichica/intellettiva con maggiori necessità di sostegno possono essere prive di personalità giuridica, in quanto soggette agli istituti giuridici della tutela o della curatela, mai aboliti in Italia. […] Le donne con disabilità, specie se hanno necessità elevate di sostegno, sono più esposte alle violenze domestiche, a causa dell’isolamento in cui vivono, della permanenza forzata in famiglia in età adulta, delle maggiori difficoltà di trovare casa e di accesso all’istruzione superiore, alla formazione professionale e a un’occupazione retribuita. […] Le informazioni sui propri diritti e lo strumento della denuncia sono praticamente inaccessibili alle donne con disabilità psico-sociali, oltre che a quelle con disabilità intellettive o sensoriali che utilizzano forme di comunicazione alternative. Il rischio di vittimizzazione secondaria nel tentativo di uscire dalla violenza da parte della donna, e ancor più della donna con disabilità, è alto e riguarda più di un attore coinvolto nei percorsi di uscita dalla violenza, dai servizi sociale e sanitario, alle forze dell’ordine e al sistema giudiziario» (grassetti miei, pag. 24-25). Anche su questo fronte è raccomandata una formazione specifica per evitare la vittimizzazione secondaria e a comunicare in modo tempestivo e comprensibile informazioni sui i diritti, i servizi di supporto e sui percorsi praticabili anche attraverso l’uso di modalità di comunicazione appropriate a donne con disabilità intellettive e sensoriali (formato facile da leggere, lingua dei segni, Braille, ecc.).

In ordine ai procedimenti penali è evidenziata la mancanza, nella magistratura e negli organi di polizia giudiziaria, di personale formato ad ascoltare le donne vittime di violenza con disabilità intellettive o sensoriali che utilizzano strumenti di comunicazione diversi da quello verbale. È inoltre rilevato che «[…] la condizione di disabilità è identificata in modo restrittivo e lesivo della dignità e del valore della persona come “stato di infermità o di deficienza psichica”, deve essere ancora delineata e precisata dalla giurisprudenza, come pure le modalità protette da adottare, e non trovano applicazione, se non residuale, le cautele previste per la loro protezione» (pag. 47).

Questi sono, in linea di massima, i passaggi più rilevanti nei quali è presa in considerazione la particolare situazione delle donne con disabilità vittime di violenza, anche se, per onestà intellettuale, segnalo che ci sono anche ulteriori richiami al tema in questione, sebbene di minore rilievo rispetto a quelli che ho cercato di riassumere in questo spazio. Mi sembra di poter affermare che, nel complesso, il Rapporto ombra abbia prestato un’apprezzabile attenzione alle esigenze delle donne con disabilità vittime di violenza, e che le considerazioni espresse siano condivisibili ed esposte in modo corretto. Se devo trovare una lacuna nei contenuti, mi sembra manchi una riflessione specifica sull’accessibilità fisica degli ambienti alle donne con disabilità motoria (centri antiviolenza, case rifugio, stazioni di polizia, tribunali…); sarebbe stato utile raccomodare, ad esempio, la realizzazione di una mappa delle case rifugio accessibili, e la predisposizione di un piano di abbattimento delle barriere per quelle non accessibili (se non di tutte, almeno di una data percentuale di esse),  ma tutto ciò non inficia il valore complessivo dell’opera, che rimane comunque elevato.

Mentre mi accingo a chiudere il file, attrae la mia attenzione un altro elemento: scorro la lista dei nomi delle persone che hanno collaborato alla stesura del Rapporto ombra e non trovo nessuna donna con disabilità (se mi fosse sfuggita, vi prego di segnalarmela). Non credo sia un caso. Penso che qui in Italia non attribuiamo sufficiente importanza dell’autorappresentazione delle donne con disabilità, e che dovremmo lavorare di più per invertire questa tendenza.

Simona Lancioni
Responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (PI)

Per approfondire:

L’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia. Rapporto delle associazioni di donne, a cura di Elena Biaggioni e Marcella Pirrone, s.l., s.n., ottobre 2018.

Simona Lancioni, Le donne con disabilità nel Rapporto ufficiale sull’applicazione della Convenzione di Istanbul, «Informare un’h», 4 dicembre 2018.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “La violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Data di creazione: 17 novembre 2018
Ultimo aggiornamento: 5 dicembre 2018