L’inclusione non si realizza per legge

di Luciano Paschetta, pedagogista esperto in Scienze Tiflologiche *

«La reale inclusione non si realizza solo applicando le leggi – scrive Luciano Paschetta, riflettendo sulla vicenda riguardante i diciotto compagni di scuola di un bimbo con autismo, che invitati alla sua festa di compleanno, l’avevano disertata, tranne uno – ma un processo che si realizza solo in un contesto favorevole e di questo dobbiamo essere consapevoli noi persone con disabilità, le associazioni che ci rappresentano e le nostre famiglie».

 

Un disegno raffigura tanti bambini e bambine diversi attorno ad una scuola.

Un disegno raffigura tanti bambini e bambine diversi attorno ad una scuola.

Qualche giorno fa ho letto sulla «Gazzetta di Modena» della vicenda riguardante i diciotto compagni di scuola di un bimbo con autismo di Cavezzo (Modena), i quali, invitati alla sua festa di compleanno, l’avevano disertata, tranne uno. Si tratta di un episodio che mi ha indotto ad alcune riflessioni.

Troppo spesso ci si illude che basti una norma per garantire l’inclusione di un ragazzo con disabilità nella scuola. L’esame della realtà viceversa, ci dice ben altro.
Quando, nei primi Anni Settanta, ebbero inizio gli “inserimenti” (così si chiamavano allora) di ragazzi con disabilità nelle scuole comuni, non vi erano norme specifiche a garantire l’inclusione, né erano previsti sostegni in merito; tuttavia, quelle “sperimentazioni” ebbero successo perché il contesto culturale di quegli anni era “inclusivo”.
Oggi, viceversa, ci sono norme nazionali e internazionali a “garanzia” del diritto di inclusione, ma purtroppo episodi come quello avvenuto in provincia di Modena, o simili, sono sempre più diffusi, a dimostrazione che la reale inclusione non è solo l’applicazione della norma, ma è un processo che si realizza solo in un contesto favorevole e di questo dobbiamo essere consapevoli noi persone con disabilità, le associazioni che ci rappresentano e le nostre famiglie.

Rimanendo nell’àmbito della scuola, è evidente una cosa che non mi stancherò mai di ribadire: la Legge 517/1977, che regolamentò l’inclusione scolastica e introdusse il docente per il sostegno alla classe, ne subordinava l’operato all’adeguamento del contesto, attraverso l’introduzione di una didattica inclusiva. Di quanto indicato dalla legge, però, si applicò solo la parte che si riferiva all’assegnazione dei docenti per il sostegno, senza che nulla cambiasse nell’azione didattica del contesto. Questo, tra l’altro, è uno dei motivi per i quali il rapporto di un docente per il sostegno ogni quattro alunni con disabilità, previsto dalla Legge 517, fu ritenuto ben presto insufficiente e aumentato fino al rapporto di uno a uno. Questo incremento di ore di sostegno non è stato assolutamente proporzionale al miglioramento della qualità dell’inclusione, né ha contribuito alla sensibilizzazione del contesto verso una migliore cultura dell’inclusione, anzi, docente per il sostegno e alunno con disabilità vivono spesso in una loro “isola” all’interno della classe, quando non addirittura fuori di essa.

Quel processo di inclusione nella scuola che doveva – e deve – essere la premessa per la futura inclusione socio-lavorativa della persona con disabilità e che avrebbe dovuto promuovere una cultura inclusiva, non si è quindi realizzato, e in momenti come questi, dove il “diverso” viene considerato come un soggetto da “espellere”, diventa sempre più difficile, al di là delle norme, promuovere inclusione, cosicché episodi come quello ricordato inizialmente sono sempre più frequenti.

 

* Il presente testo è già stato pubblicato su «Superando.it», il portale promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), e viene qui ripreso per gentile concessione.

 

Ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2018

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