Videosorveglianza? Meglio costruire contesti di fiducia

Fa discutere l’emendamento che disciplina la videosorveglianza nelle scuole dell’infanzia e nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità, ed è stato inserito nel cosiddetto Decreto Legge “Sblocca cantieri”. Nell’intento di contribuire la dibattito, dopo la posizione della FISH -Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e quella di Mario Paolini (pedagogista e formatore), pubblichiamo un’ulteriore riflessione.

 

Due mani tengono una piantina di fragole ed il terriccio in cui è piantata. Anche la fiducia andrebbe coltivata come una piantina.

Due mani tengono una piantina di fragole ed il terriccio in cui è piantata. Anche la fiducia andrebbe coltivata come una piantina.

In sede di esame del cosiddetto Decreto Legge “Sblocca cantieri” le Commissioni dei Lavori pubblici e dell’Ambiente del Senato hanno approvato un emendamento (S. 897) che disciplina la videosorveglianza nelle scuole dell’infanzia e nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità. Immagino che questa sia la risposta istituzionale alle numerose notizie di cronaca che hanno portato alla luce tanti episodi di violenza ai danni di bambini, persone anziane e persone con disabilità.

Ora, per quanto nell’emendamento di cui si tratta l’uso della videosorveglianza sia abbastanza circoscritto (non è obbligatorio, riguarda solo le scuole dell’infanzia e non le altre, non consente un controllo quotidiano: si veda, a tal proposito, la rigorosa scheda pubblicata da Carlo Giacobini su Handylex.org), rimangono in piedi alcune domande di fondo: quali effetti possono produrre questi meccanismi di controllo? Sono utili ed efficaci nella prevenzione e/o nel contrasto alla violenza?

Gli/le insegnanti che lavorano nelle scuole dell’infanzia, e chi svolge ruoli di cura in strutture per anziani e persone con disabilità, vanno controllati? Alla fine, se non hanno niente da nascondere, perché no?

Il 4 giugno il sito del «Corriere della Sera» rilancia questa notizia: «Botte a figlia disabile, gli inquirenti: “La chiamavano scimmia, potevano arrivare a ucciderla”». Il fatto è accaduto a Milano, due genitori, entrambi ventinovenni e di origine egiziana, sono stati fermati perché picchiavano e insultavano la figlia disabile di quattro anni. «La chiamavano scimmia, dalle intercettazioni abbiamo temuto che potessero uccidere la bambina», racconta ai media Marco Ciacci, comandante della polizia locale, che aggiunge: «Siamo di fronte a una situazione di degrado, soprattutto la madre aveva un sentimento di avversione nei confronti della figlia».

Il 6 giugno un’altra notizia terrificante è pubblicata sulla testata giornalistica «Fanpage.it»: «“Ti scanno come una capra”: picchia e minaccia il padre disabile per avere denaro». Siamo a Cisterna, in provincia di Latina, dove un quarantasettenne del luogo ha rivolto botte e minacce al padre, invalido al 100%, per avere i soldi con cui acquistare droga, alcol e sigarette.

Questi sono solo gli untimi dei tanti episodi che mostrano che le violenze ai danni di bambini, persone anziane e persone con disabilità accadono spesso anche dentro le mura domestiche. Perché non installiamo telecamere anche nelle case in cui abitano bambini, anziani e persone con disabilità? La violenza domestica è meno grave di quella che si consuma nelle scuole e nelle strutture? Se familiari e caregiver non hanno niente da nascondere, perché no?

No perché io sono la caregiver familiare di una persona con disabilità e non voglio essere guardata con sospetto per il solo fatto che altri/e caregiver e altri/e familiari hanno agito violenza nei confronti delle persone delle quali avrebbero dovuto prendersi cura. No perché non ho niente da nascondere, ma mi sentirei mortificata da questa sorta di sfiducia preventiva. No perché quell’occhio che mi guarda non lederebbe solo la mia privacy, ma anche quella della persona con disabilità di cui mi curo e che rispetto. Immagino che anche chi insegna e svolge lavori di cura provi questi stessi sentimenti. Lo ha spiegato in modo abbastanza chiaro Mario Paolini, pedagogista e formatore, in un testo pubblicato qualche giorno fa. Installare le telecamere in un luogo è come dire a coloro che vi soggiornano «non mi fido di te!» Se questo tipo di messaggio scaturisse da qualche elemento oggettivo, qualche indizio che fa sospettare situazioni di maltrattamento, abuso e violenza, esso sarebbe giustificato e doveroso, ma in assenza di tutto ciò, ha il solo effetto di minare la possibilità che si instaurino relazioni serene, e che si creino ambienti di lavoro confortevoli. Mi sembra un pessimo modo di interagire. Non che la fiducia vada concessa a buon mercato, intendiamoci, ma neanche che vada negata a priori. La fiducia va costruita lavorando assieme e valutando di volta in volta le diverse situazioni. Ecco, io credo che per prevenire la violenza sia necessario costruire contesti di fiducia.

Il lavoro di cura (sia quello svolto dagli operatori, sia quello svolto dai/dalle caregiver) contiene in sé un’ambiguità ed un’ambivalenza. Può essere il più formidabile strumento di libertà: penso, ad esempio, alle meravigliose e lungimiranti riflessioni sull’assistenza autogestita espresse dalle persone con disabilità che promuovono la filosofia delle Vita Indipendente. Ma può anche essere il più feroce dei sistemi oppressivi: penso, e lo scrivo con dolore, ad alcune persone che ritengono che il solo fatto di essere genitori li/le autorizzi a controllare qualsiasi aspetto della vita dei propri figli con disabilità, nella convinzione che tra protezione e libertà debba essere sempre la prima ad avere la meglio. Eppure si parla tanto di “dopo di noi”, come possiamo immaginare un “dopo” se non siamo disponibili a credere che anche altri/e possano supportare adeguatamente i nostri figli e le nostre figlie? Se sentiamo il bisogno di controllarli, questi operatori e queste operatrici, prima ancora che abbiano fatto qualsiasi cosa?

La videosorveglianza non è un deterrente efficace per la violenza, né la previene (se, come generalmente accade, i filmati non sono visionati in tempo reale ma in un momento successivo). I filmati però possono rivelarsi utili a documentare i fatti nei casi nei quali ci sono segnalazioni, esposti e denunce di situazioni di maltrattamento, abuso e violenza. Cosa che veniva fatta anche prima che venisse approvato l’emendamento.

Mi occupo di violenza da una decina d’anni, in particolare di quella nei confronti delle donne con disabilità, ed ho maturato la convinzione che l’unico modo serio per prevenire la violenza consista nello studiare il fenomeno, e nel realizzare interventi educativi rivolti in via prioritaria alle persone con disabilità e a tutti coloro che, a vario titolo e per i più diversi motivi, hanno a che fare con esse, ed in seconda battuta a tutta la popolazione. La violenza ha una matrice culturale ed è questo il terreno sul quale dobbiamo lavorare. Non ci sono scorciatoie, qualsiasi centro antiviolenza lo può confermare. Chi dice il contrario sta perseguendo altri interessi, certo non quelli di chi è a rischio di subire violenza, né di coloro che l’hanno già subita.

Nel 2016 sembrava pensarla così anche la FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, che nel testo “Videosorveglianza? No, grazie” bollava la proposta di videosorveglianza negli asili-nido, nelle scuole d’infanzia e nelle strutture sanitarie e sociosanitarie destinate alle persone anziane o con disabilità come «pseudo-soluzione eclatante e demagogica» (grassetti miei), e argomentava: «sono necessarie invece norme operative certe in termini di prevenzione e contrasto agli abusi, dei trattamenti degradanti, delle negligenze, dell’eccesso di sedazione, dell’abuso della contenzione, incidendo sulla formazione del personale, sull’aggiornamento continuo, sullo sviluppo delle competenze, sulla preparazione nella gestione dei cosiddetti “comportamenti problema”, sull’adozione di strumenti e metodi per il benessere degli operatori. Ed ancora, sulla trasparenza delle strutture e sul loro rapporto con il territorio di riferimento e la chiusura delle strutture segreganti. E promuovendo la reale inclusione delle persone con disabilità.» Sennonché nel 2018 il Congresso Nazionale della stessa ha approvato una Mozione (“Mozione particolare per la costituzione di una ‘commissione permanente per la tutela dei diritti delle persone con disabilità intellettiva’ nei processi di regolamentazione delle strutture socio sanitarie”) che impegna la Federazione a lavorare per l’«inserimento OBBLIGATORIO delle telecamere di videosorveglianza come requisito per tutte le strutture che ospitano disabili mentali.» Posizione confermata in un recente comunicato. Da “No, grazie” a “inserimento OBBLIGATORIO”, c’è un bella distanza. Sarebbe interessante capire come ci sono arrivati. Per quel poco che può valere la mia opinione, non condivido questa scelta.

Simona Lancioni
Caregiver, curatrice della sezione del centro Informare un’h in tema di “violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

 

Vedi anche:

Mario Paolini, Videosorveglianza: non nel mio nome, «Informare un’h», 5 giugno 2019.

La FISH si esprime sul tema della videosorveglianza, «Informare un’h», 5 giugno 2019.

 

Ultimo aggiornamento: 6 giugno 2019

 

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