“Voci di Donne”: dalla parola ai percorsi di libertà

È stato pubblicato il rapporto di ricerca “Voci di Donne”, esito dell’omonimo progetto ideato e promosso dall’AIAS di Bologna. Un apprezzabile lavoro di indagine sulla disabilità al femminile che annovera tra i suoi punti di forza la creazione di un gruppo operativo composto di donne con disabilità deputato a seguire tutte le fasi della ricerca, e l’aver utilizzato le informazioni/indicazioni emerse in sede d’indagine per individuare buone pratiche e possibili percorsi di inclusione.

 

L’immagine scelta per illustrare copertina del rapporto di ricerca “Voci di Donne” raffigura la sagoma della testa e di parte delle spalle di una donna. All’interno della sagoma, sovrapposto, un mare delimitato da un orizzonte luminoso, un cielo con qualche nuvola ed una piccola imbarcazione in lontananza.

L’immagine scelta per illustrare copertina del rapporto di ricerca “Voci di Donne” raffigura la sagoma della testa e di parte delle spalle di una donna. All’interno della sagoma, sovrapposto, un mare delimitato da un orizzonte luminoso, un cielo con qualche nuvola ed una piccola imbarcazione in lontananza.

«[…] sono comunque orgogliosa del percorso che ho fatto fino ad oggi e di avere fatto sentire la mia VOCE DI DONNA e continuerò a farla sentire»: si conclude con questa frase una delle narrazioni di donne con disabilità (quella di M.B., dal titolo “Ho fatto sentire la mia voce”) raccolte nell’ambito del progetto “Voci di Donne”, ed inserita, assieme alle altre, nel rapporto di ricerca che contiene gli esiti dell’omonima indagine facente parte nello stesso progetto. E non può che iniziare così – con le parole di una donna con disabilità – la riflessione su questo apprezzabile lavoro di ricerca sulla disabilità al femminile.

Il progetto “Voci di Donne” è stato ideato e promosso dall’AIAS di Bologna (Associazione Italiana Assistenza Spastici), e co-finanziato dalla Fondazione del Monte e dalla Commissione Europea (nell’ambito del progetto RISEWISE - Horizon 2020). L’obiettivo principale del progetto è stato quello di condurre un’indagine che coinvolgesse le donne con disabilità nell’analisi delle barriere che incontrano nella vita, e che ostacolano la loro piena realizzazione, e nello sviluppare e progettare percorsi specifici, innovativi e replicabili di partecipazione e emancipazione.

Tre gli elementi qualificanti del progetto: l’aver assunto come principale riferimento teorico la cornice concettuale delineata dal Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea (adottato dal Forum europeo sulla disabilità nel 2011) – dunque un documento elaborato in prima persona da donne con disabilità –; la creazione di un gruppo operativo composto di donne con disabilità deputato a seguire tutte le fasi della ricerca; e, ultimo, ma non certo per importanza, l’aver utilizzato le informazioni/indicazioni emerse in sede d’indagine per individuare buone pratiche e possibili percorsi di inclusione. I dati sono stati raccolti attraverso un questionario semistrutturato (rivolto ad un campione non probabilistico di donne con disabilità), attraverso le narrazioni liberamente espresse dalle donne con disabilità, e attraverso l’individuazione di alcune frasi stereotipate che le donne con disabilità si sono sentite rivolgere nella loro vita (frasi che poi sono state impiegate anche per la realizzazione del filmato «Se non fossi “così”» (se ne legga qui).

Una mamma in sedia a rotelle elettrica esce con i suoi figli: la bambina è sistemata sulle pedane davanti, il bambino, posto sul dietro, si regge alle maniglie e poggia i piedi sulla base della sedia.

Una mamma in sedia a rotelle elettrica esce con i suoi figli: la bambina è sistemata sulle pedane davanti, il bambino, posto sul dietro, si regge alle maniglie e poggia i piedi sulla base della sedia.

Il questionario ha rappresentato lo strumento principale di rilevazione dell’indagine. Attraverso esso sono stati indagati diversi aspetti della vita quotidiana, tra cui il lavoro, la residenzialità, l’accessibilità dei servizi e delle strutture cittadine, ma anche i temi della discriminazione e dell’abuso, delle relazioni sociali e della sessualità. Temi, questi ultimi, spesso ignorati o taccati superficialmente nelle altre indagini in tema di disabilità al femminile, e che, invece, sono stati ritenuti cruciali nel lavoro in questione.

Complessivamente sono stati raccolti 52 questionari, compilati da donne con disabilità residenti in varie parti d’Italia, che comprendono complessivamente 13 regioni. Diverse sono anche le tipologie di disabilità rilevate, ma vi è una netta prevalenza di donne con disabilità motoria: 80.8% motoria, 7.7% sensoriale, 3.8% cognitiva. Le diverse fasce di età presentano invece una distribuzione più omogenea: 20-30 anni 17.3%, 30-40 anni 19.2%, 40-50 anni 23.1%, 50-60 anni 23.1%, 60 e più anni 17.3%. Rispetto al titolo di studio il campione presenta un livello medio-alto (solo 9 unità hanno un titolo di studio inferiore alla licenza di scuola media superiore). In merito allo stato civile il 60% delle donne che hanno risposto al questionario ha dichiarato di essere single.

In tema di discriminazione, il 69% delle donne del campione ha dichiarato di sentirsi discriminata in quanto persona con disabilità per la presenza di barriere architettoniche, ma anche per gli atteggiamenti delle persone: «a volte mi sono sentita guardata in modo svalutante», «non essere presa in considerazione», «bullismo a scuola, difficoltà nel trovare e mantenere un lavoro», «le persone estranee ci mettono un po’ a capire che oltre ad una sedia a rotelle c’è anche un cervello», sono alcune delle motivazioni addotte. Il 54% del campione ha dichiarato di sentirsi discriminata in quanto donna con disabilità nell’accesso ai servizi sanitari, nei diversi contesti sociali (denunciano, ad esempio, di non essere prese in considerazione e di sentirsi umiliate psicologicamente, di essere state più volte emarginate), e nelle relazioni affettive (alcune risposte: «Sì, spesso mi dicono che sono un’ottima amica e ascoltatrice ma, quando si tratta di andare in profondità, l’uomo in questione è spaventato dalla mia disabilità», «Sì, gli uomini preferiscono donne senza problemi fisici»).

Un altro elemento qualificante dell’indagine consiste nell’aver esportato in modo specifico il tema della violenza, infatti, pur essendo le donne con disabilità maggiormente esposte a rischio di violenza e abuso rispetto alle altre donne, e pur essendo soggette a forme peculiari di violenza, assai difficilmente esse vengono prese in considerazione nelle indagini su questo fenomeno. La forma di violenza che ricorre maggiormente è il maltrattamento psicologo o emotivo, riscontrato nel 40.4% del campione (21 donne); il 26.9% (14 donne) del campione denuncia una violazione della privacy, il 23.1% (12 donne) negligenza, la stessa percentuale ha sperimentato eccessi nella cura, seguono lo sfruttamento (15.4%), l’abuso finanziario (13.5%), il maltrattamento fisico (11.5%), l’abuso sessuale (7.7%), e l’abuso di farmaci (5.8%). L’ambiente familiare si rivela essere il luogo nel quale le donne con disabilità sono maggiormente esposte al rischio di violenza (esso è stato indicato dal 32.7% del campione).Dati che confermano l’urgenza di intervenire su questa materia sia in termini di prevenzione, sia rendendo i servizi antiviolenza accessibili e preparati ad accogliere donne con disabilità diverse.

Rispetto alle strutture protette e residenziali, vi vivono solo 6 delle donne che hanno risposto ai questionari, e le maggiori criticità rilevate rispetto alla loro condizione riguardano la possibilità di fare uscite in maniera indipendente, e l’avere maggiore privacy.

Riguardo ai servizi offerti dalle istituzioni cittadine le criticità riscontrate riguardano l’accessibilità dei trasporti pubblici (segnalata da 28 donne), la possibilità di accesso ai luoghi pubblici istituzionali e di svago (19 donne), le informazioni riguardo ai propri diritti in ambito socio-sanitario (16 donne), la disponibilità di parcheggi accessibili alle persone con disabilità (15 donne), e la possibilità di accesso ai luoghi della quotidianità: casa, lavoro, supermercato, negozi, ecc. (11 donne).

Alcuni dati sul lavoro: Il 44% del campione ha un’occupazione; il 19.4% del campione considera insufficiente la retribuzione a fronte di un 41.9% che la considera buona; il 12.9% delle donne coinvolte si dice insoddisfatta del lavoro che svolge e altrettante della gratificazione personale. Altre criticità riguardano l’accessibilità degli spazi (9.7%), le relazioni con i colleghi (6.5%), e gli orari di lavoro (3.2%).

Una donna con disabilità soffia su alcuni soffioni facendone volare i semi.

Una donna con disabilità intellettiva soffia su alcuni soffioni facendone volare i semi.

In merito alle relazioni sociali all’affettività e alla sessualità spiccano due dati: 28 donne del campione si dichiara insoddisfatta della propria vita sessuale, e una percentuale del 19.6% che afferma che la famiglia si è occupata in modo eccessivo della propria disabilità.

Quelli esposti sono alcuni dei dati emersi dell’indagine, va però opportunamente segnalato che in relazione al alcuni specifici aspetti le donne sono state invitate a proporre interventi/soluzioni/considerazioni che sono state riportate nel rapporto di ricerca finale. In questa sede, per ragioni di sintesi, mi limiterò a riassumere le buone pratiche e i possibili percorsi di inclusione individuati nella parte conclusiva: la costruzione di una rete più stabile, più innovativa e originale con i movimenti femminili e culturali; la formazione dei professionisti coinvolti in ogni ambito della condizione di disabilità, in una prospettiva di genere (impiegando in questi percorsi anche donne con disabilità); la costruzione di reti tra pari di donne con disabilità diverse che lavori sull’immagine di sé, i diritti, la consapevolezza dell’abuso o della violenza, la capacità di difendersi e chiedere aiuto; un lavoro di cambiamento culturale con workshop, seminari, laboratori tematici sull’identità di genere e le autonomie nelle realtà che si occupano di persone con disabilità, le strutture socioriabilitative o le realtà associative dedicate; l’accessibilità dei servizi per la salute anche in collegamento con la medicina di genere; l’accessibilità dei luoghi deputati alla tutela di chi subisce violenza, non solo sessuale;l’individuazione di modelli di abitazioni, coabitazione e autonomie possibili, anche prendendo spunto da realtà già esistenti in altri Paesi europei;la costruzione di realtà abitative che favoriscano le scelte di vita delle ragazze con disabilità fuori dalle frequenti dinamiche familiari di iperprotezione e/o negazione della dimensione relazionale/affettiva/sessuale, con particolare riferimento alle tutele sul piano della prevenzione di aspetti legati all’abuso, alla violenza, alla contraccezione, alla possibile genitorialità;l’individuazione di modelli di capacità lavorative che promuovano l’autonomia economica e le scelte personali e professionali delle donne con disabilità.

«[…] quello a cui come gruppo di lavoro vogliamo auspicare è un percorso di libertà da costruire insieme. Un progetto che permetta un cambiamento sia rispetto ad un modello di “vittima” senza alcuna opportunità, sia dalla paradossale “colpa” di incarnare, con la propria disabilità, una specie di gabbia che minaccia la vita di chi potrebbe vivere al fianco di una donna con disabilità, che sia un compagno, un figlio o una qualsiasi altra relazione significativa», si legge nelle conclusioni del rapporto (grassetti miei).

Che dire? Sono ancora assai rari i lavori che hanno simultaneamente come oggetto e soggetto di studio le donne con disabilità (i loro diritti, i loro pensieri, i loro desideri, le loro esigenze, le loro difficoltà). Ma “Voci di Donne” non si è limitato a dare voce: ha ascoltato quelle voci e le ha tradotte in una proposta politica per la società civile e per le istituzioni. Ora che la proposta è sul tavolo, saremo capaci di coglierla?

 

Simona Lancioni
Responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (PI)

 

Estremi della pubblicazione:

Voci di Donne. Un’analisi delle barriere che le donne con disabilità incontrano nella loro vita. Report del progetto “Voci di donne”, progetto ideato e promosso dall’AIAS di Bologna, co-finanziato dalla Fondazione del Monte e dalla Commissione Europea (RISEWISE- Horizon 2020), Maria Cristina Pesci: responsabile scientifica, Valentina Fiordelmondo: responsabile organizzativa e ricercatrice, Marilena Benassi, Elena Corradini, Carla Crivellari, Giuliana Gaspari, Silvia Stagni, Alessandra Grotta: componenti del Gruppo di lavoro, Bologna, © AIAS Bologna, dicembre 2017.

 

Vedi anche:

AIAS di Bologna.

Pagina dedicata al progetto “Voci di Donne”.

Pagina dedicata al convegno conclusivo del progetto “Voci di Donne: le barriere che le donne con disabilità incontrano nella vita”.

Progetto RISEWISE.

«Se non fossi “così”»: il potere di disattendere le aspettative sbagliate, «Informare un’h», 19 dicembre 2017.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Data di creazione: 19 febbraio 2018
Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2018