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Vivere per gli altri, da Mill a Genta

John Stuart Mill è stato una delle prime figure che hanno descritto i meccanismi attraverso i quali nelle epoche passate l’educazione a “vivere per gli altri” fosse utilizzata come strumento per conseguire l’asservimento delle donne. Giorgio Genta da circa trent’anni “vive per una donna”, sebbene probabilmente nessuno lo abbia educato a “vivere per gli altri”. Forse un giorno donne e uomini impareranno a realizzare società nelle quali si possa semplicemente “vivere con gli altri”. Società che forniscano alle persone con disabilità gravissima i necessari supporti per vivere dignitosamente, senza costringere le persone che le amano ad annullarsi per sopperire alla mancanza di servizi pubblici (ledendo così sia i diritti delle prime, che quelli delle seconde).

 

La copertina del “Guardiano di notte”, di Giorgio Genta. Essa reca il nome dell’autore e della pubblicazione, ed è illustrata con una figura ritratta di spalle che ammira, da un luogo panoramico, un’alba dalle dita rosate (direbbero i greci).

«Tutte le donne vengono formate dai primissimi anni nella credenza che il loro ideale di carattere è proprio l’opposto di quello maschile: non volontà libera e comportamento tramite il controllo di sé ma sottomissione e subordinazione al controllo di altri. Tutte le morali dicono loro che è dovere delle donne, e tutti i sentimenti correnti, che è proprio della loro natura, vivere per gli altri, compiere una completa abnegazione di se stesse e non avere altra vita che quella affettiva» (cit. in Adriana Cavarero e Franco Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, ©2002, pag. 12-13, grassetti miei nella citazione). Quelle citate non sono le parole di una donna, bensì quelle di John Stuart Mill (1806-1873), compagno per vent’anni e poi marito dal 1951 di Harriet Taylor (1808-1858), entrambi collocabili nell’ambito della corrente liberale della prima ondata del femminismo (quella che va dal 1850 alla prima guerra mondiale).

Da allora di acqua sotto i ponti né è passata parecchia, ciò nonostante è ancora possibile trovare qualche nostalgico/a di un certo modo di intendere i rapporti tra i generi, ed il lavoro di cura della casa e delle persone – espressione emblematica del “vivere per gli altri” – è ancora in larga maggioranza demandato alle donne. Oggi però è meno raro di un tempo trovare anche uomini che si prendono cura, e che assumono il ruolo di caregiver. Non li guardo con ammirazione, questi uomini in fondo non fanno altro che svolgere un compito che è anche loro e che le donne hanno sempre svolto, e continuano svolgere, senza particolari riconoscimenti. Però, avendo io assunto il ruolo di caregiver per quindici anni, li guardo col rispetto che si deve a chiunque svolga una funzione essenziale e nobile (la manutenzione della vita è una cosa essenziale e nobile), e anche con un po’ di speranza. Credo infatti che il principale motivo per cui questo tipo di lavoro qui in Italia non è ancora riconosciuto e tutelato, risieda proprio nel fatto che la classe politica è ancora in mano ad una maggioranza di uomini che quel lavoro non lo hanno mai svolto, e che trae vantaggio sia dallo sfruttamento dal lavoro non retribuito scaricato sulle donne, sia dal tempo liberato che il non avere vincoli di questo tipo consente di capitalizzare. Spero dunque che se un’apprezzabile numero di uomini si decidessero finalmente a fare la propria parte, anche loro comincerebbero ad avere interesse a cambiare le politiche su questa materia.

Nei giorni scorsi, con mia grande sorpresa (una sorpresa molto gradita), mi sono arrivati due volumetti autografati dall’Autore, Giorgio Genta: Guardiano di notte, ovvero le diecimila e una notte con Silvia, non con Sherazade (Loano (Savona), Tipolitografia Natgraf, 2020), e Combattendo la disabilità gravissima con una vita normale (Loano, Tipolitografia Natgraf, 2017), entrambi finalizzati a sostenere l’Associazione DopoDomani Onlus (un ente impegnato in progetti di “Dopo di noi” per persone con disabilità gravissima). Per ora ho letto il solo primo, anche se, essendo l’Autore un collaboratore del portale «Superando.it», ho già avuto numerose occasioni per erudirmi sul Genta-pensiero.

Genta, per chi ancora non lo conoscesse, è da circa trent’anni il caregiver di sua figlia Silvia, una donna con disabilità gravissima «che fa tutto con gli occhi», come si legge nella dedica del Guardano di notte. Nell’opera potete trovare ricordi e storie di Loano, il comune ligure di poco più di diecimila abitanti dove risiede Genta con la sua famiglia (lo sapevate che ha dato i natali a Maria Rosa Nicoletta Raimondi, la madre di Giuseppe Garibaldi?), vecchi detti liguri, memorie di gioventù, ritratti di familiari, disquisizioni filosofiche, piccoli frammenti, per me i più preziosi, del lavoro di cura con sua figlia.

«Voi che di notte dormite, vi siete mai chiesti quale sia la differenza tra un guardiano notturno ed un guardiano di notte?», esordisce Genta. La similitudine di denominazione non deve trarre in inganno, perché, spiega Genta, se il primo è un lavoratore stipendiato per vigilare sui beni altrui, e quando smetterà di lavorare andrà in pensione, «il guardiano di notte (colui che scrive e tutti quelli che sono in condizioni analoghe) vigila anche lui, ma il parallelismo finisce qui. Vigila infatti su beni immateriali ma preziosissimi, non è retribuito, è privo di stipendio e non andrà mai in pensione. Il principale bene sul quale vigila è la vita stessa. Non la sua (anche se è fondamentale che ne abbia cura), ma quella della persona oggetto del suo vigilare, generalmente un congiunto con disabilità gravissima. Non vigila solo sulla vita, cioè sul mantenimento in vita, ma sulla miglior vita possibile, perché assai spesso la qualità di quella vita dipende dalla sua vigilanza, cioè dalla prontezza e dalla competenza del suo vigilare. Naturalmente il guardiano di notte non dorme mai, almeno non di notte. Lo fa di giorno, poco e male solitamente» (opera citata, pag. 5).

L’ironia, e soprattutto l’autoironia sono la cifra di Genta. «Caregiver: un popolo di santi, navigatori ed eroi?» si chiede in un breve capitoletto. «La citazione completa è troppo lunga ed insidiosa, rischiando di trascinarci in giudizi storici ed ideologici che esulano dallo spirito (che non è mai mancato sul mercato, contrariamente ad alcool ed amuchina) di queste pagine. Chi scrive non è certamente un santo (chiedere a moglie e figlie), navigatore da diporto lo è stato in un’altra era geologica, e come eroe è alla pari del Miles gloriosus di Plauto. Gli altri caregiver esistenti in Italia sono in corso di beatificazione perché resistenti come “muli da soma”, navigatori provetti su internet, eroici nel quotidiano lavoro gratuito di assistenza malgrado le mille difficoltà che la classe politica e la burocrazia pare si divertano ad inventar loro. I guardiani di notte sono una sottoclasse in corso di estinzione» (opera citata, pag. 44).

Altri passaggi sono intimi, quasi poetici. «Non è impossibile avere un dialogo ad una voce senza cadere nel monologo. Basta farlo con Silvia, che ascolta, conosce, capisce, ricorda, riflette e parla con gli occhi, in silenzio perfetto. […] Quando divento troppo noioso, e accade spesso, Silvia fa un piccolo sbuffo di ammonimento. Se mi addormento un attimo sulla sedia, fa uno sbuffo più forte. Se dissente dalle mie ardite tesi filosofiche, basta un’occhiataccia a zittirmi e a farmele rinnegare. Se proprio è di buon umore, mi perdona e si addormenta. Lei può dormire, di notte» (opera citata, pag. 51).

Ho aperto questa breve riflessione con una citazione di John Stuart Mill, quindi ho riportato qualche pensiero di Giorgio Genta. Forse questo accostamento potrà sembrare azzardato, ma non più di tanto. Mill è stato una delle prime figure che hanno descritto i meccanismi attraverso i quali nelle epoche passate l’educazione a “vivere per gli altri” fosse utilizzata come strumento per conseguire l’asservimento delle donne. Genta da circa trent’anni “vive per una donna”, anche se non credo che nessuno lo abbia educato a “vivere per gli altri”. Forse un giorno donne e uomini impareranno a realizzare società nelle quali si possa semplicemente “vivere con gli altri”. Società che forniscano alle persone con disabilità gravissima i necessari supporti per vivere dignitosamente, senza costringere le persone che le amano ad annullarsi per sopperire alla mancanza di servizi pubblici (ledendo così sia i diritti delle prime, che quelli delle seconde). È questo il mio sogno ed il mio augurio per tutte le Silvie e per tutti i guardiani di notte, nella speranza che passi presto l’ora più fredda e buia, quella prima dell’alba, e sorga «puntualissimo il sole» (opera citata, pag. 35).

Simona Lancioni

 

Vedi anche:

Associazione DopoDomani Onlus.

 

Ultimo aggiornamento il 21 Luglio 2021 da simona