Coinvolgere la classe nel soccorso del compagno con epilessia

La storia della primaria di Riccione, nella quale una maestra ha insegnato ai propri alunni come essere d’aiuto nel caso di crisi epilettica di un loro compagno di classe, è qualcosa di più di una bella storia di inclusione scolastica, essa è piuttosto un bell’esempio di come l’inclusione scolastica dovrebbe essere, sempre. Infatti, come si fa a parlare di inclusione degli/lle alunni/e con disabilità quando la classe non è coinvolta?

 

Il cartellone con gli incarichi di emergenza appeso nella classe di Noah.

Il cartellone con gli incarichi di emergenza appeso nella classe di Noah.

Forse «La Repubblica» (cronaca di Bologna) ha virato un po’ sul sensazionalistico nei due articoli «Riccione, in classe c’è un bimbo con l’epilessia: ogni compagno ha un ruolo per le emergenze» (6 aprile 2018), e «La maestra che ha sfidato l’epilessia: “Così ho insegnato alla classe ad aiutare il compagno”» (di Ilaria Venturi, 10 aprile 2018), ma la storia di Noah, che ha 9 anni e soffre di epilessia, è qualcosa di più di una bella storia di inclusione scolastica.

Elena Cecchini ha 43 anni ed insegna alla primaria Annika Brandi di Riccione (Rimini). Ciò che l’ha resa “famosa” è il fatto di aver coinvolto i suoi alunni nelle operazioni di pronto intervento nel caso in cui Noah avesse manifestato una crisi epilettica. In quella circostanza a diversi alunni sono assegnati incarichi specifici da svolgere mentre lei stessa soccorre il bambino. Incarichi come prendere il farmaco dal secondo cassetto, prendere il cuscino dall’armadietto, chiamare i bidelli e gli insegnanti delle classi addicenti. Gli incarichi sono annotati su un cartellone appeso in classe, e sono previste una turnazione e delle sostituzioni (necessarie a garantire che nessun incarico resti scoperto). La maestra non ha parlato coi genitori di Noah di questa organizzazione, non lo ha ritenuto necessario, tant’è che loro ne sono venuti a conoscenza in occasione dei colloqui, notando il foglio appeso. Una scoperta che ha commosso la madre del bambino e l’ha indotta a raccontare questa sua esperienza in una lunga lettera pubblicata su Facebook. Scrive Barbara Forbicini, madre di Noah, «la maestra ha compiuto un gesto di estrema importanza perché li ha resi partecipi e preparati [i compagni di classe, N.d.R.] per una cosa importantissima: Aiutare. Questo è un grande insegnamento di solidarietà. Questi bambini un giorno per strada si fermeranno ad aiutare chi ha bisogno e non si volteranno dall’ altra parte! Io ho il magone in gola perché so che in classe non vedono l’ora di avere il nome scritto lì sopra. Noi famigliari insegniamo a casa certi valori e principi ma poi è di fondamentale importanza che anche la società segua un certo percorso. Questo foglio per me è la Vita, è amore per il prossimo, è altruismo. Quando una maestra può fare un enorme differenza. Mio figlio sta vivendo tranquillo non solo per noi a casa che cerchiamo di fare un cammino amorevole ma anche perché ha risposte così meravigliose dall’esterno ma che è sempre un ambiente dove vive. Grazie è poco maestra Elena Cecchini».

Cecchini e la scuola, dal canto loro, minimizzano. «Non cercate eroi, sono solo una maestra che fa il suo lavoro, come le mie colleghe», ha spiegato la maestra. «Per noi è la normalità, un modo di insegnare condiviso nelle classi: così i bambini sono messi nelle condizioni di sperimentare la solidarietà e nel caso di una malattia di non averne paura, di non spaventarsi, di saperla affrontare nel modo giusto” ha dichiarato Liliana Gagliano, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo 1 di Riccione, del quale fa parte la primaria di Noah. «Accogliere tutti è il nostro lavoro, agli alunni sono affidate responsabilità alla loro portata», ha aggiunto.

La storia di Noah, dicevamo, è qualcosa di più di una bella storia di inclusione scolastica, essa è piuttosto un bell’esempio di come l’inclusione scolastica dovrebbe essere, sempre. Infatti, come si fa a parlare di inclusione degli/lle alunni/e con disabilità quando la classe non è coinvolta? E anche nel trattare da “eroi” persone che – come giustamente ha espresso Cecchini – fanno solo il loro lavoro, non si rischia di far passare il messaggio che “fare il proprio lavoro” non si possa richiedere ad ogni lavoratore, ma solo a chi ha qualità straordinarie?  

Simona Lancioni
Responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (Pisa)

 

Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2018

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