Donne con disabilità, serve una riflessione articolata

Mentre la Giornata internazionale della donna si avvicina, fa piacere constatare come anche le donne con disabilità siano considerate all’interno di una ritualità collettiva. Questo dato ha un importantissimo significato simbolico nel promuovere la loro inclusione anche a livello culturale. E tuttavia, passata la ricorrenza dedicata, è necessario andare oltre il rito e dare risposte concrete alle loro istanze, e per farlo serve una riflessione articolata, che tenga conto delle tante variabili che entrano in gioco.

 

Una donna tiene un fiore tra le mani.

Una donna tiene un fiore tra le mani.

Anche in Italia, sebbene a rilento, si inizia a parlare delle donne con disabilità, e della discriminazione multipla a cui sono esposte in ragione del loro essere simultaneamente donne e persone con disabilità. Si svolgono più eventi tematici che in passato, e non è più così raro trovare iniziative specifiche rivolte ad esse nell’ambito delle diverse ricorrenze dedicate alle donne, la Giornata internazionale della donna (8 marzo), la Festa della mamma (seconda domenica di maggio), e la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre). Il movimento “Non una di meno”, ad esempio, nell’appello che, in occasione dell’8 marzo, invita tutte le donne a scioperare (interrompendo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita) contro la violenza, i ruoli e le gerarchie di genere, contiene un riferimento alla «discriminazione e [alla] violenza sulle donne disabili» e all’abilismo. «Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti», scrivono. Segnali significativi del cambiamento in atto.

Qualche volta i diversi aspetti relativi alla disabilità femminile sono approfonditi con competenza (accade più frequentemente nei congressi e nei seminari), altre volte, più spesso (come nell’appello citato), si rimane in superfice, ma anche quei piccoli flash sono un vitale antidoto all’invisibilità che sino ad oggi ha caratterizzato le donne con disabilità.

Si tende a semplificare, a mettere in rilievo gli aspetti più salienti e problematici e a tralasciare gli altri. È normale che sia così, soprattutto quando la comunicazione deve avere un taglio divulgativo e ci sono esigenze di sintesi. Ma è necessario prestare attenzione che semplificazioni e sintesi non generino pericolosi fraintendimenti. A volte, ad esempio, soprattutto quando si parla di servizi (di assistenza, sanitari, antiviolenza, per la mobilità, ecc.), sembra che l’unico problema riscontrato dalle donne con disabilità sia quello dell’accessibilità, e che, risolto questo, non ci siano altre questioni da affrontare e da risolvere. Ecco, le cose non stanno esattamente così. Qualche esempio può aiutare a capire.

Stando alla letteratura internazionale, una delle aree nelle quali le donne con disabilità sono maggiormente discriminate è quella dell’accesso ai servizi sanitari, ed in particolare di quelli inerenti la salute sessuale e riproduttiva (ginecologia e ostetricia). A riguardo, le donne con disabilità motoria spesso lamentano di aver difficoltà a raggiungere il lettino per le visite. Ora, è evidente che dotare gli ambulatori di lettini regolabili in altezza, e poter contare sulla presenza sollevatori, semplificherebbe notevolmente l’accesso ai servizi sanitari a queste donne, ma poter accedere fisicamente ad un servizio non dà automaticamente alcuna garanzia circa il fatto che quel servizio sia appropriato a quella donna disabile in particolare. Alcuni farmaci anticoncezionali testati solo su donne senza disabilità, ad esempio, potrebbero funzionare in modo diverso nei casi in cui alcune funzioni (cardiaca, respiratoria, ecc.) siano compromesse o comunque alterate a causa della presenza di una disabilità. In questi casi, perché vi sia una prescrizione appropriata, è necessario che il/la ginecologo/a abbia competenza sia di ginecologia sia della disabilità in questione, cosa abbastanza infrequente.

Un altro esempio interessante ci viene dai servizi antiviolenza. La Sardegna ha recentemente introdotto il “reddito di libertà”, una misura di sostegno economico per favorire l’autonomia e l’emancipazione delle donne vittime di violenza domestica in condizioni di povertà (Legge Regionale n. 33/2018). Il “reddito di libertà” consiste in un patto tra la Regione e la donna vittima di violenza, con o senza figli minori, mediante il quale la beneficiaria, in cambio del sostegno garantito dalla misura introdotta, si impegna a partecipare a un progetto personalizzato finalizzato all’acquisizione o riacquisizione della propria autonomia e indipendenza personale, sociale ed economica. In questa misura possiamo individuare due elementi degni di nota: il primo è che la misura è accessibile in modo indiscriminato anche alle donne con disabilità vittime di violenza ed in condizione di povertà; il secondo è la personalizzazione dei progetti. Questi due elementi sono molto importanti e necessari affinché qualunque donna (non solo con disabilità) che risponda ai requisiti richiesti possa trarre beneficio dal reddito di libertà. Tuttavia essi, non tenendo in considerazione che le donne con disabilità sono più esposte a violenza rispetto alle altre donne, che hanno solitamente minori possibilità di difesa, e che sono soggette a discriminazione multipla, non eliminano, né attenuano, il maggiore svantaggio di queste donne, lasciando di fatto invariata la loro maggiore discriminazione. Insomma, anche nelle situazioni di violenza le donne non sono tutte uguali, ed una misura che voglia essere anche equa non può limitarsi ad essere accessibile e personalizzabile, dovrebbe contenere anche un elemento di contrasto alle maggiori discriminazioni. Questa modifica è stata introdotta in un momento successivo con un emendamento (articolo 5, comma 68, Legge Regionale 40/2018Disposizioni finanziarie e seconda variazione al bilancio 2018-2020”) che ha esteso anche alle donne con disabilità la priorità di accesso alla misura originariamente accordata solo alle madri di figli minori e alle madri di figli con disabilità (si veda a tal proposito l’ampio approfondimento curato dal nostro centro).

Questi due semplici esempi ci fanno capire che per affrontare in modo concreto il tema genere e disabilità è necessario occuparsi di accessibilità quale elemento imprescindibile, ma anche di appropriatezza, personalizzazione/flessibilità, contrasto alla discriminazione multipla e, altra parolina magica, autodeterminazione.

Mentre la Giornata internazionale della donna si avvicina, fa piacere constatare come anche le donne con disabilità siano considerate all’interno di una ritualità collettiva. Questo dato ha un importantissimo significato simbolico nel promuovere la loro inclusione anche a livello culturale. E tuttavia, passata la ricorrenza dedicata, è necessario andare oltre il rito e dare risposte concrete alle loro istanze, e per farlo serve una riflessione articolata, che tenga conto delle tante variabili che entrano in gioco.

Simona Lancioni
Responsabile del centro informare un’h di Peccioli (Pisa)

 

Per approfondire:

Simona Lancioni, È sarda la prima Legge che accorda alle donne disabili priorità d’accesso ad una misura antiviolenza, «Informare un’h», 5 novembre 2018.

Sara Carnovali, “Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi”, prefazione di Ilaria Mazzei, Roma, Aracne editrice, 2018.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento: 5 marzo 2019

Pubblicato in News