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La leadership delle donne con disabilità e il “voto di vastità”

L’empowerment e la leadership sono due elementi chiave del Secondo e del Terzo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea prodotti dal Forum Europeo sulla Disabilità. Prendendo le mosse da una riflessione su questi due concetti, il presente scritto intende mostrare come alcune politiche in materia di disabilità che vengono percepite come “neutre” o “innocue” rispetto ai diritti delle donne con disabilità, in realtà siano estremamente dannose per loro.

Acquerello di un volto femminile realizzato dall’artista brasiliano Marcos Beccari.

Nel Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea, pubblicato dal Forum Europeo sulla Disabilità (EDF) nel 2011 (e disponibile a questo link), l’empowerment e la leadership delle donne con disabilità erano accorpate in un unico paragrafo e costituivano una delle diciotto aree tematiche in cui era articolato l’importante documento. Oggi proprio questi due elementi sono diventati un complemento del titolo nel Terzo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea 2023. Empowerment e Leadership (reso pubblico il 1° marzo 2024, disponibile a questo link, e del quale si può leggere una presentazione a quest’altro link). Sotto un profilo formale possiamo notare che l’EDF sta affermando che dobbiamo considerare interrelate queste due dimensioni che invece nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità sono trattate in due distinti articoli: l’articolo 8 (Accrescimento della consapevolezza, che contiene anche un esplicito riferimento al genere) e l’articolo 29 (Partecipazione alla vita politica e pubblica). Stiamo parlando di due concetti ampi. L’empowerment richiama la consapevolezza di sé, il rafforzamento della capacità di compiere scelte, prendere decisioni ed agire sia nella sfera individuale che in seno alla comunità. La leadership evoca la capacità di autorappresentarsi – o di rappresentare il proprio gruppo – e di vedersi riconosciuta autorevolezza e competenza nell’espressione delle istanze che si intendono promuovere nella vita sociale, pubblica e politica. Se accogliamo queste due definizioni, ne consegue che, sotto un profilo concettuale, l’empowerment si configura come un prerequisito della leadership dal momento che è abbastanza improbabile che una persona possa riuscire autorappresentarsi, o a rappresentare le istanze del proprio gruppo, se prima non ha lavorato sulla propria consapevolezza e sulla capacità di scegliere/decidere. Pertanto, se vogliamo promuovere la leadership delle donne con disabilità, dobbiamo preliminarmente promuoverne l’empowerment.

Il problema è che spesso l’empowerment viene dato per scontato anche dalle stesse donne con disabilità. È infatti abbastanza diffusa la convinzione che vivere sulla propria pelle una determinata condizione renda le persone in questione automaticamente consapevoli di tutto quanto quella condizione comporta, ma questo è vero solo in parte. Per chiarire meglio questo aspetto ricorro ad un esempio personale: io come donna ho sperimentato diverse situazioni e pratiche in cui mi sono sentita svantaggiata rispetto agli uomini, ma alcune situazioni e pratiche sono riuscita a connotarle come discriminanti solo dopo un confronto con altre donne e, soprattutto, dopo un lavoro introspettivo. Prima, pur sperimentandole, le percepivo – e le connotavo – come “neutre” (e chissà quante altre situazioni e pratiche che attualmente considero “neutre” o “innocue” in realtà non lo sono). Questa constatazione non sminuisce la femminilità (mia o di qualunque altra donna), ma fa capire che l’empowerment non si caratterizza come un “dato di fatto” insito nell’essere donne (disabili o meno), quanto piuttosto come l’esito di un processo che comporta un lavoro autoriflessivo (nello specifico sugli aspetti del genere). Questo processo non può mai considerarsi concluso, giacché non vi sono limiti all’espansione dell’autoconsapevolezza e delle capacità (l’empowerment è una cosa vasta!), e le esperienze di vita ci propongono in continuazione nuove situazioni e nuovi elementi su cui lavorare.

Il tema della leadership chiama in causa anche un altro aspetto fondamentale, quello della rappresentanza delle istanze delle donne con disabilità. Una delle richieste avanzate dall’EDF all’Unione Europea ed ai Governi dei Paesi che ne fanno parte è relativa al «finanziamento di Organizzazioni e progetti che sostengono l’empowerment, la leadership e il miglioramento dei diritti di donne e ragazze con disabilità» (Terzo Manifesto, pag. 28). Ecco, in merito a questo punto va tenuto ben presente che qui in Italia le Organizzazioni delle persone con disabilità tendono a promuovere politiche non integrate con la variabile del genere, cosa che invece è espressamente richiesta dalla Convenzione ONU sia nei Princìpi generali – tra i quali figura “la parità tra uomini e donne” (articolo 3, lettera g) – (Princìpi che essendo, appunto, generali, si applicano trasversalmente a tutti i cinquanta articoli della Convenzione), sia nel Preambolo, allorquando sottolinea «la necessità di incorporare la prospettiva di genere in tutti gli sforzi tesi a promuovere il pieno godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità» (lettera s, se ne legga diffusamente anche a questo link e a quest’altro).

Ecco, le politiche non integrate con la variabile del genere vengono generalmente percepite come “neutre” o “innocue” dalle stesse donne con disabilità, ma in realtà sono una delle pratiche più dannose per la promozione dei loro diritti. Infatti le Organizzazioni delle persone con disabilità rappresentano le istanze delle persone disabili a tutti i livelli istituzionali (locale, provinciale, regionale e statale), ed anche nei rapporti con i diversi soggetti della società civile, e se le politiche che loro promuovono non considerano la variabile del genere, questo vuol dire che le istanze delle donne con disabilità non vengono rappresentate né alle Istituzioni, né ai diversi soggetti della società civile. Come possiamo aspettarci che vi siano dei miglioramenti sul fronte del riconoscimento dei diritti delle donne con disabilità se le loro istanze non vengono rappresentate quasi mai? Riguardo a questi aspetti non facciamoci ingannare dai singoli progetti o dai singoli eventi (convegni, seminari, studi, mostre, ecc.) sui temi specificamente legati al genere (come la violenza contro le donne, l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva, ecc.), che ovviamente sono benaccetti, ma coprono solo alcune sfere circoscritte dell’esistenza, mentre ciò che prescrivono sia la Convenzione ONU, sia i due Manifesti, è che ogni politica per la disabilità venga integrata con la variabile del genere, e ogni politica per le donne venga integrata con la variabile della disabilità.

Sul concetto di “neutralità apparente” vale la pena ricordare anche che la Legge 67/2006 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni) sancisce che «si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone» (articolo 2, comma 3, grassetti miei nella citazione). Nella disposizione manca un riferimento esplicito al genere – che invece è presente nella definizione di discriminazione indiretta* contenuta nel Commento Generale n. 3 prodotto dal Comitato ONU per i diritti delle persone con disabilità nel 2016 –, ma il meccanismo è esattamente lo stesso: le politiche per le persone con disabilità che non integrano il genere non possono considerarsi “neutre” per le donne disabili. Ritengo che il principale motivo per il quale tali politiche non vengano sanzionate dalle stesse donne con disabilità sia rintracciabile nella mancanza di una riflessione specifica su questi aspetti, una riflessione che però può essere intrapresa in qualsiasi momento nell’àmbito di un lavoro sull’empowerment.

C’è poi un ultimo elemento da mettere in rilievo: questo processo di cambiamento può essere attivato solo dalle donne con disabilità. Infatti chi lavora ai vertici delle Organizzazioni delle persone con disabilità solitamente non ha la minima percezione di queste criticità e, a dirla tutta, di solito non ha neanche una particolare propensione a mettere in discussione le proprie prassi, come pure la generalità delle donne senza disabilità, visto che né i primi né le seconde sono direttamente danneggiati/e da questa pratica. Ma anche se qualche soggetto – che non sia una donna disabile – individuasse queste dinamiche, non potrebbe comunque “rivendicare qualcosa per loro”, giacché, se lo facesse, starebbe assumendo una postura paternalistica (o maternalistica). La qual cosa non significa che i singoli soggetti, le Organizzazioni, la società e le Istituzioni non abbiano un ruolo e delle responsabilità in questi processi, significa invece che non è adeguato intraprendere iniziative su questo tema senza il coinvolgimento di chi è direttamente danneggiata. «Niente senza le donne e le ragazze con disabilità!» è l’indicazione di entrambi i Manifesti.

Ecco, alla fine lo scopo di questa riflessione è promuovere l’empowerment e la leadership delle donne con disabilità. Il che equivale ad invitarle a rimboccarsi le maniche, ad uscire dai soliti schemi problematizzandoli, a immaginare altre politiche ed altre prassi operative, e, perché no?, a “far voto di vastità!”**. (Simona Lancioni)

 

* «La discriminazione indiretta si riferisce a leggi, politiche o pratiche che appaiono neutre se considerate formalmente, ma che tuttavia hanno un impatto negativo sproporzionato sulle donne con disabilità. Per esempio, le strutture sanitarie possono sembrare neutre ma sono discriminatorie quando non includono lettini accessibili per gli screening ginecologici», punto 17, lettera b, pag. 5 del “General comment No. 3 (2016) on women and girls with disabilities” del Comitato ONU per i diritti delle persone con disabilità.

** Si tratta di un’espressione usata da Alessandro Bergonzoni, un artista delle parole, nel seguente componimento: «Urge grandezza, / non manie di grandezza. / Urge andare dentro le cose, andare oltre. / Urge altro. Urge fantasia. / …e che Nessun Dogma… / Urge far voto di vastità!»

 

Vedi anche:

Le donne con disabilità e la rivoluzione (interiore) (19 marzo 2024)

Genere, disabilità e post-it (13 marzo 2024)

Sezione del centro Informare un’h dedicata ai “Manifesti delle Donne e delle Ragazze con disabilità del Forum Europeo sulla Disabilità”.

Sezione del centro Informare un’h dedicata al tema “Donne con disabilità”.

 

Ultimo aggiornamento il 11 Aprile 2024 da Simona